Forconi assediati, tra repressione e promesse di crescita

L’illusione della crescita serve per placare la protesta, insieme a sconti sulla benzina o altri piccoli favori. L’economia sta crollando e il movimento dei forconi lo grida a gran voce. Quale decrescita vogliamo?

Dai forconi ai camionisti l’Italia esplode, con rischi di derive populiste e immancabili repressioni da parte del governo. L’Italia che si ribella al ricatto del debito e alle liberalizzazioni di Monti, che sdogana nuove trivellazioni per il petrolio e vuole alienare i terreni pubblici per far cassa.
Insorgere è giusto. Il nostro estremismo fa bene, il vostro ci danneggia. Sono i messaggi che circolano in questi giorni infuocati di protesta. Quando la sinistra si schiera a favore del governo tecnico e delle multinazionali, quando il sindacato si spaventa di fronte ad ogni sussulto che esula dalla sua ala protettiva, allora il movimento prende una piega che non si sa. Una direzione colma di interrogativi. Lo sfogo nella violenza o l’identificazione in nuovi antagonismi di ispirazione fascista. Questo è naturale, e dovrebbe essere compreso anche nei salotti perbene del politically correct. Ecco il fallimento della politica che preannuncia la rivolta sociale.
Viviamo in un’epoca di gravi crisi istituzionale e crisi di rappresentanza. Chi governa il pubblico, tranne rare eccezioni, non esercita più il bene pubblico, ma cerca di far man bassa di ciò che rimane: terreni agricoli, escavazioni, nuovi centri commerciali, ogni strada è buona per far girare soldi. Soldi che non si vedono, e che inesorabilmente continuano a uscire dalle tasche dei cittadini.
Nessun politico si azzarda a dire che la scusa del debito ci sta portando alla devastazione dei territori, alla perdita della sovranità popolare, alla compravendita di ogni bene comune. Un liberismo sfrenato che ci condurrà a contrarre nuovo debito e a creare nuove dipendenze dalla megamacchina che descrive molto bene Serge Latouche. Sono davvero pochi gli intellettuali, come Giulietto Chiesa, che hanno il coraggio di dire cose semplice: il debito non lo paghiamo, perché non ce la faremo mai, e perché non è giusto.
La protesta è pericolosa, può darsi. Forse perché le mancano i riferimenti culturali e politici. Mancano guide. E manca un’idea di futuro. Monti non può continuare ad illuderci con il mito della crescita, che ormai, oltre che impossibile, è un fenomeno anche poco auspicabile. Dopo il ricatto del debito, non rimane che il ricatto della disoccupazione e della miseria per autorizzare nuove invasioni di campo. Crederci, ribellarsi, o cercare altre strade?

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