La ruota del criceto – Simone Perotti

La ruota del criceto gira, gira. Ci fermiamo solo per mangiare un po’ di cibo. Per dormire. E ogni mattina la ruota ci aspetta. Più muoviamo le nostre zampette, meno pensiamo. Un giorno scenderemo dalla ruota, apriremo la gabbia per inseguire i nostri sogni.

Ma quando? Domani, dopodomani, l’anno che verrà? Vecchi con la pensione minima?

Qual è il momento giusto per cambiare e provare a vivere se non ora?

Il Passaparola di Simone Perotti, scrittore:

Pensare, studiare, cambiare.

Ciao agli amici del blog di Grillo, mi chiamo Simone Perotti, sono uno scrittore, ho lavorato per 19 anni in azienda, poi ho deciso di occuparmi soltanto di scrittura e di navigazione, per campare prima del successo dei miei libri, perlomeno ma tutt’ora faccio il marinaio, lo skipper, l’istruttore di vela, pulisco barche, faccio tutto quello che si può in mare.Le cose nella vita si fanno sempre per due ragioni: o per amore o per forza, in questo caso la decrescita non sarà più una scelta come da qualche anno è per molte persone, molto più di quello che pensiamo tra l’altro, ma sarà necessaria perché la grande promessa che avremmo tutti lasciato le campagne, poi addirittura lasciato le industrie, saremmo tutti vissuti nelle città, avremmo avuto tutti una cravatta, una scrivania, una macchinina, una casetta, una vita borghese come ci era stata promessa dal Sistema, questa promessa non verrà realizzata, non si può fare.

 

Il sistema non drena più tutte le risorse lavorative che doveva inglobare, non può dare, non può più assicurare benessere come prometteva e quindi si è trattato di una truffa o quantomeno grave errore di valutazione. La cosa più grave e più spiacevole di questo periodo è osservare come gli attori di questo sistema, quelli che l’hanno pensato, studiato, che ne sono stati sacerdoti, non stanno facendo alcuna autocritica, perché capirei l’errore, anche ammettendo la buona sorte e la buonafede… però adesso evidentemente le cose sono troppo chiare, troppo palesi e bisognerebbe che qualcuno dicesse: “Ci siamo sbagliati!”. Un sistema come questo capitalismo che promette benessere a tutti, ma non lo mantiene, non lo si può realizzare, occorre rifondare questo capitalismo, ne parlava nel 1977 già Berlinguer, così come Pasolini, così come tanti altri.

Non li abbiamo ascoltati, oggi è il momento dell’autocritica, né Monti, né nessun altro fa autocritica e questo non va bene, non si possono chiedere cambi di rotta senza che il comandante ammetta di averla sbagliata in partenza.

Questa decrescita necessariamente dovrà esserci, saranno 1, 2, 3, 4, 10 passi indietro, ovviamente questo non sarà indolore. Le cose fatte per amore c’è una motivazione forte, c’è un convincimento. Le cose fatte per forza invece sono diverse, vanno fatte senza aspettarsele, vanno fatte adesso e questi passi indietro saranno pesanti per tutti quelli che non li avevano preventivati. Quelli che già da tempo vivono in maniera più sobria, cercando di consumare meno, di dedicare meno tempo al lavoro perché il denaro che se ne trae non è così essenziale per vivere il più facilmente possibile, chi si è già posto il problema di consumare meno, di essere più libero, non dovendo per forza lavorare, ma facendolo per quanto basta e per il tempo che serve, questi signori saranno molto più avvantaggiati. Questo schema va cambiato perché non si può più portare avanti e ce ne è un altro che attende di essere studiato, i nostri intellettuali, i nostri economisti non mi pare che stiano facendo passi in avanti per cercare un nuovo schema di riferimento. Si è passati dalla monarchia alle Repubbliche teorizzando prima politicamente le Repubbliche, dal feudalesimo a altri sistemi avendo pensato una nuova ipotesi di organizzazione, questo è il primo caso nella Storia in cui si passa a una nuova condizione senza averla teorizzata, se non per i pochi emarginati e vilipesi teorici della decrescita che un po’ di ragionamento su questo l’hanno fatto.

In ogni caso in assenza di una guida occorre cambiare e questo pone la responsabilità sugli individui che, come singoli, devono pensare, studiare, cambiare.

Collegarsi con la realtà

La decrescita non è stare sul divano a non fare niente dalla mattina alla sera, non è non lavorare per il gusto di fare i fancazzisti, la decrescita è un nuovo modello di sviluppo, non un modello di involuzione, non partecipare alla liturgia quotidiana di un’economia che è condannata a crescere altrimenti collassa. Non vuole dire non avere altro da fare e desiderare anzi di non fare nulla, vuole dire fare quello che è giusto, consumando il giusto e non più del giusto, immaginando uno sviluppo del nostro Paese basato su cose diverse, visto che siamo senza risorse energetiche, senza minerali, ma con altre cose molto importanti che sono il nostro paesaggio, i borghi abbandonati che vanno recuperati. L’edilizia nuova non è possibile, non c’è più spazio, occorre recuperare l’edilizia vecchia e antica che invece aspetta di essere recuperata, tra l’altro per salvare anche il territorio da frane e da collassi a cui assistiamo sempre più spesso. Occorre ripulire questo Paese per renderlo un giardino, ripulire i mari. Solo pulire tutte le coste, tutto il mare, serve a occupare decine di migliaia di persone per tanto tempo, rendendo questo paese il migliore dove fare turismo, dove fare accoglienza. Serve produrre energia elettrica in maniera diversa, perché le case devono essere alimentate in maniera diversa dall’energia che deriva dalla combustione di idrocarburi, le cose da fare sono tantissime e la cosa grave è che nessuno sta pensando a un programma senza tanti voli filosofici.

Per me il discorso è stato molto semplice, ho lavorato 19 anni e ho avuto anche una discreta carriera, ho iniziato come precario e poi alla fine sono diventato dirigente. Sono stato fortunato, mi sono impegnato moltissimo, credevo nell’ipotesi che mi era stata prospettata, quella di lavorare tanto con impegno e partecipare alla crescita diffusa, a un certo punto mi sono banalmente reso conto che le cose non stavano così, io lavoravo tantissimo, anzi lavoravo esclusivamente, il tempo per tutto quello che era importante per la mia vita non c’era più, il denaro che ne scaturiva era denaro che non mi serviva perché serviva a acquistare oggetti inutili, spesso e volentieri spingeva a spendere denaro che neanche avevo, quindi facendo uso del credito per comprare cose che dovevano impressionare chissà chi. Questo schema non produceva benessere, uno deve farsi molto semplicemente i conti: “Quello che faccio mi fa stare bene? Sono felice?”. La mia opinione è che la vita è una ricetta e una buona ricetta non si fa mai con un ingrediente solo, si fa con molti ingredienti ben miscelati e in equilibrio, ma è la mia opinione, semplicemente per me le cose non stavano più così. Sono con 4, 5 maglioni uno sopra l’altro perché a casa mia fa un freddo porco, perché non ho il riscaldamento, brucio solo la legna del camino, mi scaldo, sto a un metro e mezzo dal camino, come mi allontano fa un freddo cane, però questo non ha un impatto sul mio malessere o sul mio benessere, semplicemente è una scelta.

Tutte le volte che devo comprare qualcosa mi collego a una spesa che implica una schiavitù e dato che le cose che mi rendono felice sono altre, mi accollo anche il problema di avere freddo di inverno o di dovermi scaldare spaccando la legna e facendo fatica. Questa fatica mi sono reso conto che non era una cosa da evitare, anzi semmai era una cosa da ricercare perché tutta quella mancanza di fatica che rilevo in un comodo ufficio a Milano o in una casa iper riscaldata che devastava tonnellate di petrolio al giorno, quella vita lì, quell’assenza di fatica non era una risorsa così imprescindibile, anzi forse nella vita bisogna farne un po’ di fatica fisica perché questo serve a mantenere il collegamento con la realtà.

Era possibile cambiare vita, bastava spendere poco, bastava ridurre i propri consumi, bastava vivere in posti dove le case costano 300 Euro al metro quadrato e non 6 mila come nelle grandi città, dove peraltro quando si va a fare la spesa si spende molto meno, per mangiare una persona che non debba andare al ristorante 4 volte a settimana, spendendo 6/7 mila Euro all’anno, può cucinare da sé. Io a Spezia mangio pesce dalla mattina alla sera perché è una delle cose che costano meno e questo è assolutamente fattibile, spendo 15/18 Euro di bolletta elettrica a bimestre, autoproduco una parte delle cose che mangio e posso fare ancora molto di più perché sono all’inizio. Tutto questo è l’inizio di una nuova vita, faccio anche fatica e poi nel tempo imparerò a fare meglio altre cose, però non è impossibile, l’unica vita possibile non è quella che ci dicono che dobbiamo fare, non è quella nelle grandi città a fare lavori che spesso e volentieri non sono quelli che avremmo scelto seguendo le nostre passioni, guadagnando denaro e cercando certezze, ma come si fa a cercare certezze in una vita in cui l’unica certezza è che poi a 90 anni moriamo? Se ho cambiato lavoro muoio prima? Morirò a 90 anni pure io e nel frattempo avrò tentato di fare del mio meglio per vivere, cosa faccio muoio di fame? Queste sono nostre paure alimentate dalla pubblicità, dalla controinformazione per cui se molli il lavoro sei fregato, se esci dal Sistema non rientri più.

Recuperare il nostro tempo

La merce più rara in circolazione è il tempo, tempo che ha una caratteristica, persino i soldi si dice che vanno e vengono, il tempo va e basta, non viene, Seneca duemila anni fa lo sapeva bene, lo sapevano i pre socratici, lo sa la filosofia che ha tentato di indirizzare l’uomo nel corso del tempo e tutta la cultura universale, gli unici che non lo sanno siamo noi, per cui come se ne avessimo a dismisura buttiamo il tempo dalla mattina alla sera e per tutta la vita in cose non essenziali per farcela vivere nel modo più originale e autentico possibile, come se quel tempo intanto ce ne è talmente tanto che il momento giusto per fare le cose che contano verrà, ma quel momento non verrà mai perché quel momento è oggi. Da qui a quel giorno, ammesso che arrivi, noi avremo buttato del tempo, questa semplice, banale constatazione è già di per sé un buon motivo per cercare di cambiare i propri ritmi. Da quando ho smesso di andare in ufficio tutti i giorni, vivendo con poco, cerco di utilizzare nel modo migliore il tempo, vivo in maniera molto diversa e mi sento molto meglio perché ho tantissimi progetti, tantissimi sogni da tentare di realizzare, il tempo che ho a disposizione è tutto per questi sogni, è tutto per me, è tutto per le persone che amo, che oggi posso finalmente andare a trovare. Sono tragiche quelle telefonate in cui ci sentiamo, con il nostro migliore amico peraltro, non con un conoscente, e iniziamo la telefonata già per la prima metà parliamo di cose tipo “Ciao come stai, ma non ci sentiamo mai, non riusciamo… no una sera dobbiamo veramente vederci, e una sera di queste ci vediamo perché dobbiamo proprio stare un po’ insieme” e naturalmente questo non avverrà mai perché passiamo tutto il tempo con persone che non abbiamo scelto, che sono spesso e volentieri dei colleghi che ci sono stati imposti, che strangoleremmo con le nostre mani e che grazie a Dio non strangoliamo.

Tutto quel tempo è una ricchezza gettata via che dovrebbe farci dormire notti agitatissime per la responsabilità che ci assumiamo gettando via il tempo. Una delle cose più urgenti da fare, crisi o non crisi, è proprio recuperare il nostro tempo e di tentare di vivere questo breve passaggio terrestre, perché potremmo tra non morire a 90 anni, ma domani se abbiamo un malanno o cose assolutamente normali che capitano. Poi c’è ancora della gente in giro che è superstiziosa e di queste cose non parla, non si sa bene da dove vengano, dal Medioevo oppure no, ma noi che siamo spero uomini della modernità, possiamo tranquillamente parlare del fatto che si può morire in un momento che non sappiamo qual è, il Vangelo ammonisce “State allerta perché non conoscete né il luogo, né l’ora”, non sono cattolico, anzi sono anticlericale però quello è un bellissimo libro che dovremo in qualche modo recuperare.

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