“Liberi di viaggiare lavorando online”.

 

All’estero si chiamano location independent e sono una comunità numerosa, in Italia si è iniziato a parlarne nell’ultimo anno grazie a due romani, Alberto Mattei e Diego Angelini, che lanciano oggi il sito www.nomadidigitali.it. “Così come all’estero, in rete il precariato è un valore, un’opportunità per fare tante esperienze in aziende diverse.

Si guadagna un po’ meno, ma ci sono anche meno spese. E meno stress”

 Il sito dei nomadi digitali, online dal 21 febbraio

Lavorare all’ombra delle palme in una spiaggia esotica, sbrigare le ultime pratiche tra una pista da sci e l’altra, rispondere al capo da un prato di Central Park, con la libertà di viaggiare – ma anche tornare a casa – quando si vuole: è la vita dei nomadi digitali, persone normali che hanno scelto di abbandonare il posto fisso per un lavoro online, svincolato da una sede fisica.

All’estero si chiamano location independent e sono una comunità numerosa, in Italia si è iniziato a parlarne nell’ultimo anno grazie a due romani, Alberto Mattei e Diego Angelini, che lanciano oggi il sito www.nomadidigitali.it. “Ma molti lo sono da tempo senza esserne consapevoli”, racconta Diego, 43 anni di cui la metà passati nell’informatica. “Anche se non esistono dati precisi, da quel che sappiamo sono tutti blogger, piccoli imprenditori del web e soprattutto freelance, mentre i lavoratori subordinati sono ancora pochi: solo qualche azienda di telecomunicazioni come Telecom sta sperimentando il telelavoro”. E come si comincia? “Il mio consiglio è specializzarsi in un campo, crearsi un portfolio e ampliare i contatti per ottenere visibilità. Le professioni più gettonate sono il travel blogger, il web designer e il Seo specialist, colui che cura l’ottimizzazione sui motori di ricerca – prosegue Diego – ma c’è spazio anche per videomaker, fotografi, assistenti virtuali e molti altri. La destinazione preferita è la Thailandia, grazie alle connessioni veloci e all’ottimo rapporto tra qualità e costo della vita”.

Freelance, dunque: cioè i precari della rete? “Così come all’estero, in rete il precariato è un valore, un’opportunità per fare tante esperienze in aziende diverse”, assicura Luca Panzarella, creativo di 29 anni che ha lavorato tra Londra, San Francisco e l’Australia. “Di solito il primo incontro avviene di persona perché si deve instaurare un rapporto di fiducia, perciò è importante frequentare seminari e BarCamp per conoscere potenziali clienti. Poi lavorare solo con quelli che accettano gli spostamenti e diversificare le fonti di reddito, per esempio creando community e vendendo infoprodotti quali guide e report”. E i siti di annunci come Elance? “Sono utili perché i datori di lavoro non si aspettano che tu abiti nello stesso posto, ma spesso si tratta di impieghi a basso costo, quindi poco adatti alla vita nelle grandi città”. Parola di uno che su freelance e precari ha scritto due e-book.

Resta un solo problema: i rapporti affettivi. Come si gestiscono famiglie e relazioni di solito poco “nomadi”? Alberto, 43 anni, ammette che non è facile, ma proprio grazie a questa scelta riesce a coltivare una storia d’amore che l’ha portato in Toscana, perché “essere nomade non vuol dire necessariamente girare il mondo con lo zaino in spalla. Si resta nei paraggi o si fanno coincidere i viaggi con le ferie del partner. E’ un’opportunità di vivere e lavorare ovunque”. Giulia Raciti, 31 anni, esperta Seo e attualmente in Indonesia, ha dovuto affrontare l’incomprensione di genitori e sorelle, che poi, vedendola tornare felice dal primo viaggio, hanno capito la sua decisione.

Giulia (nel video sotto) sta facendo il giro del mondo e non ha timore di viaggiare da sola, nonostante l’attrezzatura che porta con sé: Mac, hard disk portatile, smartphone e fotocamera. “Sono una donna, ma questo non significa indifesa – scrive nel suo blog – e come migliaia di donne di tutto il mondo ho deciso di seguire il mio istinto e andare alla scoperta del mondo senza dovermi trovare un giorno a chiedermi perché non lo abbia fatto quando potevo”. “Anzi, forse una donna è avvantaggiata – mi confessa su Skype – non solo in certe situazioni fa più attenzione di un uomo, ma tutti si prendono cura di lei, specialmente in Asia”.

Alberto, Diego, Luca, Giulia: la parola più frequente nei loro racconti è libertà. I due fondatori parlano della loro amicizia, di quando nacque sui banchi di scuola (“Siamo stati compagni dalla seconda elementare al liceo tecnico industriale”) e di come abbia resistito ai bivi che gli hanno fatto prendere strade diverse. La passione per i viaggi ha portato Alberto a fare vari lavori, come l’istruttore di scuba diving nel Mar Rosso, poi ha lavorato nella comunicazione finché, nel 2008, ha conosciuto una giornalista di viaggi americana: “Eravamo in una spiaggia del Messico, lei scriveva i suoi pezzi al portatile e mi disse di essere una nomade digitale: fu una rivelazione. Tornato in Italia, iniziai a informarmi e a coinvolgere Diego”, che nel frattempo aveva studiato Ingegneria per poi insegnare informatica e aprire la sua società di consulenza. Società ora in chiusura, nonostante gli affari andassero bene, perché Diego vuole portare tutto il lavoro online e dedicarsi a questo sogno: “Oggi sono la mente tecnica del progetto, Alberto l’anima lifestyle”.

Nell’ultimo anno i due hanno hanno curato la loro newsletter, che ha già oltre 2.500 iscritti, ma ora che sono online faranno il viaggio inaugurale a Berlino, documentando tutto sul sito: un cambio di vita radicale. “Sotto ogni punto di vista”, conferma Alberto. “Io ho venduto l’auto e la moto, ho lasciato la casa di Roma e mi sto liberando del superfluo. E’ una sorta di downshifting, il ritorno alla semplicità: guadagno molto di meno ma ho la metà delle spese e anche dello stress. Sul lavoro, non nascondo che la situazione andava peggiorando: mi occupavo di pubblicità e organizzazione di eventi e nell’ultimo periodo mi capitava di fare tre lavori gratis per ottenerne uno pagato. Mi sono come liberato da una schiavitù”. Una soluzione alla crisi? “Potrebbe diventarlo, visto che in Italia siamo appena all’inizio”.

di Eleonora Cipollina

fonte:ilfattoquotidiano.it

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