Adriana Zarri:Povera ma ricca di doni

Povera ma ricca di doni

di Adriana Zarri

Temo proprio di avere una venatura consumistica; e il peggio è che non riesco a pentirmene. Forse

non è un grosso peccato, forse non è un peccato per niente. Peccato è venir posseduti dalle cose,

non già liberamente possederle. È ben vero che col termine «consumismo » intendiamo, di solito,

proprio il venire posseduti; e questo – è chiaro – è una grave mancanza di povertà e di libertà;ma

consumismo viene da «consumare» che è un verbo nobile e denso. Consumare si dice del

matrimonio, si dice del sacrificio e dell’eucaristia. Ed è in questo senso che dovremmo offrire e

«consumare» le cose.

So bene che sto facendo un discorso rischioso e che si presta a tutti gli alibi. Ma, fatto da qui, forse

è un discorso non sospetto, poiché qui di ricchezze non ne ho molte e sperimento un po’ di libertà:

quel saper fare a meno delle cose che è piú importante del fare a meno di fatto, quando la privazione

fosse imposta e non scelta, dato obiettivo e non espressione di un valore. E anche qui la trappola del

ricco, che si contenta della povertà «affettiva», scialando a scapito del povero, è dietro all’angolo,

pronta a scattare; lo so bene. E per questo un discorso del genere – per non puzzare di

giustificazione – può venir fatto, in maniera credibile, solo da un povero: da uno, cioè, che, oltre al

saper fare a meno, sperimenta quel fare a meno di fatto che, di quel primo, è la riprova. E sono

situazioni incrociate. Perché il fare a meno è riprova del saper fare a meno; ma il saper fare a meno

è anche la condizione dell’usare, poiché chi perde la propria vita la salva e chi rinuncia a qualcosa

per il regno, oltre alla vita eterna, riceverà quaggiú il suo centuplo.

L’espressione di valori essenziali

Fanno parte del mio centuplo anche i regali che ricevo.

Io amo molto la dimensione del dono; e non mi dite che questo è consumismo. Il dono è

l’espressione tangibile di valori essenziali, quali il dare e il ricevere che sono alla radice dell’essere

e della vita stessa del nostro Dio trinitario. Il dono significa generosità e umiltà, attenzione e

accoglienza, distacco e gratitudine, senso dell’amicizia e del debito… No, non ditemi che tutto

questo è consumismo. Consumistico sarà quel «dono» dispendioso e senz’amore che facciamo per

adulazione, per ambizione, per prestigio e per calcolo. Ma questa è solo espressione di vanità, di

interesse, di astuzia; col dono vero non ha niente a che fare.

I doni veri mi piace farli e riceverli; e non so neanche quale delle due cose preferisca, ma forse, in

quanto donna e in quanto povera, mi piace piú riceverli: confessare il bisogno e aprirmi

all’accoglienza e alla riconoscenza: l’atteggiamento che abbiamo verso Dio e che è tanto bello,

giusto e dolce avere anche verso gli uomini. Ricevere doni è ricevere amore, accoglierlo e scaldarlo,

dentro di noi, come un piccolo seme concepito.

Un povero riceve tanti doni; specie un povero come me che è ricco – ricchissimo – di amici. Credo

proprio di averne in ogni parte del mondo; ma, com’è naturale, i doni mi giungono soprattutto dai

piú vicini: quelli di Ivrea e anche quelli, ultimi, che ho trovato nei pressi del Molinasso.

Nel mio bilancio risicato non so se mi restassero i soldi per il vino; ma quasi che la gente di qui lo

intuisca, me lo fornisce. L’anno scorso Battista me ne ha donato due damigiane; e un’altra famiglia

del paese è sempre pronta, con i suoi bottiglioni. Da quando sono qui non ho mai comprato vino e

non mi è mai mancato. E poi Giacomo che arriva col suo cestino pieno di qualche cosa che io non

ho. Guarda l’orto e provvede a colmare le lacune: uva, fichi, le sue rape che, quest’anno, sono piú

belle delle mie (ma qualche volta succede anche il contrario) o qualche pezzo di lardo del suo

maiale appena macellato. E cosí gli altri miei vicini.

Qui, in inverno, come quasi dovunque, in campagna, si macella il «crin»; ed è consuetudine che i

contadini se ne scambino un poco, tra di loro e magari ne diano a chi non ce l’ha. È il caso mio che,

in porco, non posso ricambiare e spesso neanche in altra moneta. Ma i miei vicini non fanno questo

calcolo e tutti mi portano qualcosa: lardo, carne da arrosto, salami. E quando, qualche volta, do loro

in dono una bottiglia che vale infinitamente di meno, quasi hanno l’aria di stupirsi: «Oh, che

regalo!» Ma la stagione dei doni è il Natale. Quest’anno un amico è sceso giú da Aosta, con un libro

e un’icona valdostana; e un sacerdote da Saint Jacques con il baule della macchina sempre ripieno e

generoso: vino, grappa, caffè… E gli amici di Ivrea, di Albiano, di Azeglio, di Colleretto, di

Rivarolo: panettoni, scialli caldi, vini pregiati… perfino una boccetta di profumo. Che scandalo, che

mondanità in un eremo! Ma io mi ricordo che i profumi erano una delle grandi passioni di

Maometto; e anche il Signore non dimostrò di disdegnarli. Nella liturgia orientale se ne fa grande

uso; noi qui ci contentiamo dell’incenso (e anche per quello ho degli amici fornitori).

Di mio c’è la gratitudine.

Un vescovo (ho vari amici anche tra loro:ma sarà meglio non dire chi sono perché potrei

comprometterli) un anno, per Natale, mi regalò una spilla, ricordo di uno dei suoi viaggi. Pareva un

po’ perplesso e imbarazzato: «A una persona come te, – mi disse, – non si sa cosa dare». Ma forse è

proprio a una persona come me che si può dare qualche po’ di «superfluo» (ma dov’è mai che

comincia il superfluo?) perché altrimenti non lo comprerebbe.

Poi ci sono i regali che arrivano per posta. Se faccio il calcolo mentale di ciò che mi è giunto

quest’inverno, tutta l’Italia vi è rappresentata: Lombardia, Trentino, Emilia, Romagna, Veneto,

Liguria, Marche, Toscana, Lazio, Sicilia… perfino due calze calde dalla Francia. Nel pranzo

natalizio guardo sul tavolo e conto gli amici presenti con qualcosa: chi il dolce, chi la frutta, chi il

vino, chi il caffè e le ciliegie sotto spirito. Spesso, di mio, c’è solo la tovaglia, solo la gratitudine.

Con questo non vorrei che pensaste che gozzoviglio tutti i giorni; ma non vorrei neanche che

pensaste che mi «consumo in penitenze». Ho buona salute e ottimo appetito; e, se qualcuno mi

regala un dolce, ringrazio Dio e gli uomini.

Anch’io faccio i miei doni, ma non posso competere. I miei regali sono poveri però, in compenso,

originali e fantasiosi: nidi d’uccello, pelli conciate di coniglio, coppie di porcellini d’India, erbe

aromatiche, penne (sí, a un’amica romana ho spedito la veste di due oche: potrà farne un caldo e

morbido piumino). Qualche volta il dono è un po’ piú consistente: un coniglio o un pollo. Se invece

sono a corto, pigne, pannocchie di granturco, zucchine ornamentali, bacche, pezzi di natura che

portano un po’ di campagna dentro le case e forse aiutano a scoprire la bellezza e il valore delle

cose.

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