il lavoro manuale è la medicina dell’anima

Come e perché intellettuali e artisti riscoprono la manualità

Alice Twain racconta la filatura al fuso, Laura Dell’Erba quella alla ruota. Marina Fornaro e Lidia Miotto tengono un mini laboratorio di tessitura. Roberta Menotti parla dell’arazzo cucito, Veruska Sabucco porta i suoi uncinetti. Paola Della Pergola presenta una ricerca sulla tintura naturale.

Succede a Milano, quartiere Baggio, da oggi fino al 3 aprile, in una mostra che è anche laboratorio, memoria di un artigianato che ritorna, in controtendenza rispetto alla tecnologia e il mass market.

E l’ex pubblicitario? Corrado Petri si è riciclato seguendo un’inclinazione. Costruisce sculture in legno, riciclato anche quello: le ante di un armadio diventano un gregge di pecorelle. Particolare non trascurabile: Petri è felice.

Il filosofo-meccanico Matthew Crawford sosteneva che «il lavoro manuale è la medicina dell’anima» e coerentemente è passato dal management superpagato a un’officina dove ripara motociclette.

Teorie a parte, si fa strada il bisogno, non estremo come in Crawford, di toccare e di «fare», più che manovrare un mouse. Non parliamo soltanto di idraulici ed elettricisti, di falegnami con agende che neanche Obama (sarebbe troppo facile) ma di antichi saperi e di un confine, sempre più sottile, tra l’artista che si scopre artigiano e l’artigiano che crea le sue edizioni limitate.

In mezzo, la voglia di unicità che già si respira alla vigilia del Salone del Mobile. Abat jour personalizzati con le iniziali, lampadari su misura con visionari mondi marini (da Pataviumnart le creazioni di Simonetta Gomiero).

Artisti, come Matthew Broussard, che si dedicano a tavoli e librerie, laureati in disegno industriale che dopo i siti Internet, riscoprono il bello del torchio e della stampa a mano.

Naturalmente c’è un pubblico. All’ultimo «Artigiano in fiera» a Milano sono passati tre milioni di visitatori, segno che accanto alla serialità e all’«ikeizzazione» c’è molto altro. C’è un invito a non perdere la mano, in senso letterale, come sostiene il pittore Aldo Rota quando ricorda l’importanza della materia, specialmente nei colori. A riconoscere l’invenzione.

Cristina Grazioli, 46 anni, ha fatto il classico apprendistato in bottega a Milano e Roma (bellissimi i suoi tavolini a mosaico, Granchio e Octopus, finiti in case molto Vip) ed è convinta che uno spazio c’è: «Giovani coppie che vogliono qualcosa di speciale, gente che, prima di chiedere il prezzo, riconosce lo spirito di un oggetto, la sua capacità di raccontare una storia».

Succede sempre più spesso, scrive Daniela Ostidich, sociologa dei consumi, nel suo saggio «Quello che è mio è tuo» in uscita per le Edizioni del Sole24Ore: «Non ci sono statistiche, numeri, ma è un fenomeno importante che mette insieme la fine del consumismo, la personalizzazione, il riciclo, il ritorno del fai-da-te».

Come cominciamo? Per esempio con L’Hub (www.lhub.it), laboratorio creativo sui Navigli milanesi dove si prende la patente (per la macchina da cucire) si impara a tagliare, tingere, stampare i tessuti. Male che vada, avremo un vestito originale.

ROSELINA SALEMI

fonte:lastampa.it

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