Il racconto di Nou, 32 anni, uno dei 276 profughi sbarcati in due giorni a Lampedusa

Il racconto di Nou, 32 anni, uno dei 276 profughi sbarcati in due giorni a Lampedusa: ”Ho deciso di tentare la fortuna in Europa. Nel mio paese non c’è lavoro, c’è la guerra, non c’è libertà. L’unico modo per sopravvivere è fuggire’.

”Sono stati nove mesi terribili. Un viaggio interminabile cominciato in Somalia. Abbiamo attraversato il deserto, tra uomini armati che ci volevano uccidere. In Libia finalmente ci siamo imbarcati sul gommone. Ma neppure dopo 20 ore si è rotto il motore e abbiamo cominciato a imbarcare acqua. Abbiamo seriamente rischiato di morire annegati. Vedevo vicino a me donne e bambini gridare per la paura. Per fortuna siamo stati salvati da quella nave arancione. Adesso sono finalmente felice. Da qui posso andare incontro al mio sogno di libertà. E di pace”. Affacciato dalla terrazza dell’Area Marina protetta di Lampedusa, Nou, 32 anni, uno dei 276 profughi sbarcati tra sabato e domenica a Lampedusa, racconta emozionato, in un perfetto inglese, la sua odissea inziata nell’agosto 2011.

Non è possibile avvicinarsi ai migranti sbarcati. Due carabinieri impediscono l’accesso dall’ingresso principale dell’Area marina protetta, a due passi dal Comune. Ma riusciamo ad aggirarli dal retro. Così Nou racconta all’ADNKRONOS la sua avventura. Il sorriso franco, gli occhi vispi, il cappellino in testa, è un fiume in piena. Circondato dai suoi connazionali, tutti somali, è felice di potere finalmente raccontare tutto quello che ha vissuto negli ultimi nove mesi.

”In Somalia era diventato impossibile continuare a vivere -racconta Nou- così ho deciso di lasciare la mia famiglia, mia madre, i miei sei fratelli, per tentare la fortuna in Europa. Lì non c’è lavoro, c’è la guerra, non c’è libertà. L’unico modo per sopravvivere è fuggire. E io l’ho fatto”.

Così ad agosto comincia un’odissea durata nove mesi, quanto una gravidanza. ”Insieme con un gruppo di amici – spiega Nou – abbiamo lasciato il nostro villaggio, in Somalia”. Quando gli chiedi particolari sull’organizzazione del viaggio, nicchia un po’ e cambia discorso. ”Troppo pericoloso…”, chiosa. Per raggiungere la Libia Nou ha utilizzato tutti i mezzi di trasporto immaginabili: da uno scassatissimo furgone, al mulo, al mini bus.

”Giornate interminabili – spiega mentre sugli occhi cala un velo di tristezza – sapevamo di dovere macinare ancora tanti, tanti chilometri e non sapevamo se mai saremmo arrivati a destinazione”. Notti trascorse all’addiaccio, con temperature che sfioravano lo zero, nel deserto, e giornate caldissime. ”Ma non potevamo mollare – racconta ancora Nou mentre si sistema con vezzo il cappellino di lana sulla testa – Io avevo rischiato la vita per lasciare la mia famiglia e dovevo riuscire a raggiungere la mia meta. Pero’ è stata dura, molto dura”. Una notte il giovane somalo è stato anche derubato da un griuppo di malviventi.

”Stavamo quasi arrivando in Libia – spiega – e siamo stati avvicinati da alcune persone armate. Ci hanno tolto quelle poche cose che avevamo. Siamo rimasti per più di un mese bloccati senza sapere cosa fare. Poi abbiamo deciso di andare avanti, anche senza possedere niente”. Così dopo Natale Nou e i suoi compagni arrivano nei pressi di Zuwahra, il porto da cui sono partiti buona parte degli oltre 50 mila profughi che hanno raggiunto Lampedusa. ”Ci hanno aiutato a organizzare il viaggio in poche settimane – dice ancora Nou – ma non i libici”, bensì i subsahariani che si trovano sul posto da mesi.

”I libici sono cattivi – dice ancora il giovane somalo – qualcuno ci voleva anche uccidere. Non sopportano la gente nera come noi. Ci odiano”. Però, a differenza dei tunisini e degli maghrebini che l’anno scorso hanno dovuto pagare cifre stratosferiche per potere imbarcarsi, i somali non hanno dovuto sganciare un soldo. ”No, tutto gratis – sorride Nou – Non ci hanno chiesto niente”. Mercoledì, 14 marzo, la partenza dal porto libico.

”Ci avevano detto che il viaggio sarebbe stato breve – dice Nou – al massimo 24 ore. Ma non è stato cosi’. Con noi c’erano piu’ di cento persone stipate su un gommone. Molte erano donne e c’erano anche dei bambini. Il gommone erano stracarico, ma siamo partiti tutti lo stesso. Il carburante avrebbe dovuto bastare per la traversate nel Canale di Sicilia”. Poi, il black out. ”Dopo neppure venti ore di viaggio c’è stato un guasto al motore – dice ancora il somalo – e il gommone si è fermato in balia delle onde. Per fortuna non erano particolarmente alte. Però la paura è stata tanta, tantissima. Gente che gridava per la paura, chi vomitava, chi sveniva. Un bambino accanto a me, ha iniziato a tremare e non la smetteva più. Ero disperato. E convinto di morire. Nessuno di noi sapeva nuotare. Se fossimo caduti in acqua non saremmo riusciti a salvarci”. Poi un elicottero.

”Abbiamo iniziato a sbracciarci – racconta emozionato – hanno sorvolato per almeno un quarto d’ora la nostra zona. Dopo qualche ora abbiamo visto in lontananza quella nave enorme di colore arancione”. Nou parla del rimorchiatore ‘Asso 30′ che sabato ha caricato a bordo i 108 profughi sul gommone in avaria. Li ha ospitato per 36 ore e domenica sono stati trasbordati sulla banchina del porto commerciale. ”Questa notte, dopo tanti mesi – racconta – sono finalmente riuscito a dormire, anche se ho dormito a terra su un materassino. E’ stato bellissimo. Pensavo a tutto quello che posso fare finalmente. Studiare, lavorare, crearmi una famiglia. Sono felice”.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie