Ci siamo mangiati l’ultimo pesce del Mediterraneo

Oggi inizia la dipendenza dell’Italia dal  pescato

d’importazione

Avete preparato un piatto di triglie? Oppure stare per uscire e comprare una fetta di pesce spada. Potrebbe essere l’ultimo sapore italiano per molto tempo perché ufficialmente oggi si è pescato l’ultimo pesce italiano, il nostro “pezzo” di Mediterraneo non può più sopportare la pesca così com’è ora, la riproduzione è a rischio. Di fatto non è che dobbiamo aspettarci mari deserti da sogliole e aragoste, ma quegli animali non ce la fanno più a sopportare la nostra predazione eccessiva e senza controllo. Lo dicono i numeri del rapporto, pubblicato oggi (21 aprile) dal New economics foundation e OCEAN2012 dove si legge che “l’Italia sta consumando più pesce di quello che i mari europei sono in grado di fornire, rendendoci dipendenti dal pesce proveniente pescato da altri”.

Il Rapporto “Fish Dependence: The increasing reliance of the EU on fish from elsewhere” mette in rilievo il livello con cui l’Italia sta da un lato importando pesce e dall’altro esportando la pesca eccessiva. “Gli stock ittici (i tipi di pesce che vengono pescati; ndr) – spiegano gli esperti di Nef – sono infatti risorse rinnovabili che già secondo quanto afferma la Commissione Europea, stiamo prelevando dalle nostre acque molto più velocemente di quanto esse riescano a rinnovarsi perciò stiamo di fatto andando a cercare il pesce di qualcun altro”. Fino ad oggi, il Fish Dependence Day dell’Ue è arrivato ogni anno con sempre più anticipo, dimostrando un livello sempre crescente di dipendenza dall’estero. Quest’anno il giorno esatto a partire dal quale l’Italia diventa dipendente dal pesce d’importazione è il 21 aprile.

Nel 2009, la Banca Mondiale stimava le perdite economiche dovute agli effetti del sovrasfruttamento delle risorse ittiche in 50 miliardi di dollari l’anno. Un altro recente rapporto di New Economics Foundation, “Jobs Lost at Sea”, ha rivelato che lo sfruttamento eccessivo di 43 dei 150 stock del Nord Est dell’Atlantico comporta una perdita di 3,2 miliardi di euro l’anno, che potrebbero sostenere 100 mila posti di lavoro nei settori della pesca e della trasformazione dei prodotti ittici. Insomma una pesca più ragionevole e rispettando la sostenibilità delle specie degli stock, porterebbe beneficio anche ai pescatori.

“L’Unione Europea ha una delle più grandi e ricche superfici di pesca del mondo ma non siamo riusciti a gestire in modo responsabile questa grande ricchezza, così per soddisfare la nostra voglia di pesce stiamo via via esportando la pesca eccessiva e il sovrasfruttamento delle risorse ittiche in altre parti del mondo” – dichiara Aniol Esteban, rappresentante di nef e OCEAN2012. “La pesca eccessiva rappresenta un danno per l’economia. Stiamo perdendo ogni anno milioni di euro e migliaia di posti di lavoro continuando a permettere che la pesca eccessiva persista. – conclude Aniol Esteban. E per l’Italia? Abbiamo un grado di autosufficienza sceso dal 32,8% al 30,2% negli ultimi due anni, il che significa che l’Italia sta diventando sempre più dipendente dall’importazione ciò è dovuto ad una diminuzione degli sbarchi di 30.000 tonnellate di pesce e ad un aumento di 20.000 tonnellate nella produzione di prodotti provenienti dall’acquacoltura. Tuttavia, nonostante il consumo sia diminuito, tale diminuzione non è stata abbastanza veloce rispetto al suo deficit di importazione: l’Italia rimane dipendente dal pesce extra-europeo per sostenere circa il 70% del suo consumo di pesce. Nel resto d’Europa non ve meglio per nulla, se la Ue consumasse solo pesce proveniente delle proprie acque, le risorse finirebbero il 6 luglio. Per un certo numero di Stati Membri la data precisa nella quale essi diventano dipendenti dalle importazioni è: il 25 maggio per la Spagna; il 30 marzo per il Portogallo, il 21 maggio per la Francia; il 20 aprile per la Germania e il 21 agosto per il Regno Unito.

“Questo Rapporto evidenzia chiaramente che se si vuole consumare pesce sostenibile è necessario che venga fatta pressione sui politici che hanno la responsabilità di attivare subito inziative responsabili che garantiscano un futuro alla pesca e ai pesci” – dichiara Serena Maso, coordinatrice italiana di OCEAN2012. “La Riforma della Politica Comune della Pesca dovrà quindi garantire la vitalità e la sostenibilità della pesca in Europa perché solo recuperando gli stock ittici sovrasfruttati possiamo bloccare questo trend disastroso che ci sta costando soldi e lavoro, proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno”.

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