Mentre l’economia arranca,lo Stato scuce 17 milioni per il clero in divisa

La cronaca della crisi ha un certo gusto del paradosso o della provocazione. Per capirlo basta mettere assieme tutti i dati sugli andamenti dell’economia, italiana ed europea, e sui diversi modi in cui reagiscono governi e i mercati. Ma proprio tutti i dati, anche quelli apparentemente senza connessione. Così, mentre l’Ocse mette l’Italia in fondo alla classifica dei salari medi e il governo pubblica un bando per nuove auto blu, spuntano due notizie destinate a buttare benzina sul fuoco sempre acceso delle polemiche.

La prima – ripresa dal settimanale l’Espresso – viene dal network internazionale Ecgs (Expert corporate governance service) e riguarda le remunerazioni dei top manager italiani: dai dati dell’agenzia risulta che gli amministratori delegati (o Ceo) delle grandi società di casa nostra quotate in Borsa hanno guadagnato in media la bellezza di 5,48 milioni di euro nel 2011, secondi solo ai loro colleghi britannici con 6,08 milioni. Ben sopra i tedeschi (3,83 milioni) e francesi (3,43 milioni). Il dato diventa ancora più inquietante se si considera che questa cifra in Italia equivale a 143 volte lo stipendio medio di un dipendente con punte che arrivano a 877 volte.

Tutto questo – giusto per ricordarlo – mentre le rispettive aziende navigano in pessime acque. Un esempio per tutti: il gruppo Fondiaria-Sai dei Ligresti nel 2011 ha bruciato in Borsa addirittura più dell’83% di capitalizzazione e ha chiuso i conti in profondo rosso e l’Ad Fausto Marchionni è stato liquidato. Ma con una buonuscita di 10,5 milioni di euro. Un po’ diverso è il caso di Marco Tronchetti Provera, ai vertici di Pirelli, che con più di 22 milioni di euro è stato il manager più pagato d’Italia. Ma nel 2011 la sua società ha registrato un bell’utile e il titolo è salito del 6,27% a Piazza Affari, in netta controtendenza con l’indice generale.

Preti con le stellette, pensione di Stato

La seconda notizia è più curiosa e riguarda una “categoria” pressoché sconosciuta, quella dei cappellani militari. Sempre dalle colonne dell’Espresso apprendiamo che il costo di pensioni e stipendi dei preti-soldati si aggira sui 17 milioni di euro l’anno. I cappellani sono circa 160 di cui 16 alti ufficiali e hanno diritto al trattamento economico dei loro pari-grado.

Tra questi spicca un nome eccellente, quello del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e pensionato dell’esercito come ex ordinario militare, cioè vescovo dei cappellani: “per lo Stato è un generale di brigata, ruolo che può dar diritto a una pensione fino a 4mila euro. Il cardinale ha prestato servizio solo per tre anni, ma arrivato al 63° compleanno ha maturato il diritto a un vitalizio”.

Una questione spinosa per le forze armate, quella dei cappellani. Già sollevata da Luca Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm), che non ha mezzi termini: “I cappellani militari sono un costo che in tempi di vacche magre la Difesa dovrebbe eliminare: vi faccia fronte la Chiesa”.

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