Quando il Pvc finisce in bacheca, numerosi i musei dedicati al materiale plastico

Tanto amata quanto odiata. Tanto versatile e moderna, quanto additata dagli ambientalisti come una delle principali fonti di inquinamento. Snobbata e poi amata da artisti e designer. Qualunque sia l’idea che abbiamo della plastica, non si può non ammettere che questo materiale abbia saputo rivoluzionare le abitudini delle persone di tutto il mondo, entrando in ogni casa di qualsiasi fascia sociale e nazionalità.

”Il materiale che la natura aveva dimenticato di creare”, come ha definito la plastica il chimico Paul John Flory, si è comunque meritato più di un museo, insieme con il suo universo fatto di Pvc, celluloide, bachelite, fòrmica, nylon, plexiglass. C’è il Museo della Plastica Cannon-Sandretto di Pont Canavese, in provincia di Torino, con una delle più ricche collezioni esistenti di vecchi manufatti di materia plastica, dall’ebanite alla celluloide alla caseina alla bakelite, fino ai materiali dei giorni nostri.

Le sue sette sale espongono gli oggetti più disparati: occhiali da vista e vecchi telefoni, giocattoli e oggetti casalinghi, radio e macchine fotografiche a soffietto, microfoni, thermos e dischi fonografici. Centinaia gli oggetti esposti nelle bacheche che rappresentano solo una piccola parte di quelli conservati nei depositi che, insieme, raccontano un secolo di ricerche, invenzioni e brevetti che hanno dato vita a una infinità di prodotti.

A Napoli c’è il Plart, spazio polifunzionale dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica per il recupero, restauro e conservazione delle opere d’arte e di design in materiale plastico. Qui viene esposta a rotazione una selezione degli oggetti più significativi della collezione di plastiche storiche, costituita nel corso di 30 anni grazie al lavoro di ricerca di Maria Pia Incutti e sotto la curatela dell’architetto Nunzio Vitale.

La raccolta racconta la storia della plastica e con essa l’evoluzione degli usi e costumi della società, dalla fine dell’Ottocento agli anni Settanta, mettendo in luce l’eterogeneità e la versatilità di questa eclettica famiglia di materiali: dalla bakelite alla celluloide, dalla resina al poliuretano. Oltre 1.500 pezzi in materiale sintetico, tra oggetti di design anonimo (penne, bambole, scatole, lampade) e opere di designer ed artisti contemporanei come Piero Gilardi, Gaetano Pesce, Franco Mello, Guido Drocco, Tony Cragg e molti altri.

A Bruxelles c’è il Platicarium, il museo della plastica Pop dal 1960 ad oggi: un viaggio nell’atmosfera e il pensiero della cultura pop, di cui la plastica è stata senza dubbio il materiale simbolo, attraverso una collezione di opere d’arte, arredi, televisioni, elettrodomestici tutti rigorosamente in plastica, dai colori vivi e creati dai più famosi designer dell’epoca.

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