siamo in deficit di speranza

Se ad un italiano si chiede di indicare a quale gradino della scala sociale pensa di appartenere, nel 53% dei casi risponderà che la sua posizione è “medio-bassa”, se non “bassa”. Il sociologo Ilvo Diamanti snocciola su la Repubblica gli esiti dell’indagine condotta dall’Osservatorio sul capitale sociale di Demos-Coop, i cui risultati sono a dir poco allarmanti: tratteggiano una netta picchiata della condizione e nell’autostima degli italiani. Se, oggi, più della metà degli italiani si considera suo malgrado relegata negli strati sociali più bassi, tale quota è raddoppiata rispetto al 2006, nel pre-crisi.

‹‹Detto in altri termini, in pochi anni l’Italia è divenuto un Paese di “ultimi”. O, al massimo, di “penultimi” – spiega Diamanti. […] Nel 2003, circa il 40% degli italiani si diceva soddisfatto della condizione economica personale e di quella del Paese. Oggi quelli che esprimono la medesima convinzione sono poco più del 10%. In confronto all’anno scorso: la metà››. Non si tratta solo di un crollo dei numeri, ma un collasso psicologico dei cittadini. Nel giro di pochi anni il mondo è crollato addosso, e mentre i ricchi sono sempre più ricchi (l’Ocse, e non solo, ci ricorda come le disuguaglianze economiche siano in aumento praticamente ovunque) e gli ultimi sono sempre più ultimi, la classe media scivola (sembra) inesorabilmente verso il basso, e perde la sua identità, non sa come reagire: è sotto shock.

‹‹Rispetto a qualche anno fa, il ritratto tracciato dall’Osservatorio di Demos-Coop descrive un altro Paese. Un Paese smarrito. Dove la maggioranza delle persone ritiene troppo rischioso investire nel futuro – continua Diamanti. Dove la fiducia negli altri è, ormai, una merce rara. Espressa da due persone su dieci. Dove, di conseguenza, ci si sente stranieri, perché il “prossimo” si è eclissato e gli “altri” ci appaiono minacciosi. Stranieri tra stranieri. Da ciò la differenza dalle altre crisi che abbiamo affrontato, nel dopoguerra››: sono spariti gli orizzonti, e le speranze. Con la crisi che non molla ci troviamo impreparati al presente, e impacciati a immaginarci nel futuro.

Questa immobilità psicologica, ancor prima che economica, è ben più grave dell’allargarsi dello spread o di una debacle borsistica. Le prospettive, certo, non aiutano ad indossare gli occhiali rosa; nella gestione della crisi, l’azione della politica appare desolante, genuflessa alle esigenze dei mercati, totalmente avulsa a quelle dei comuni cittadini. La storia della teoria economica del trickle-down – la quale recita che, anche se la crescita della ricchezza si concentra solo in un pugno di uomini, tutti infine staremo meglio, perché qualcosa di questo benessere gocciolerà pure verso gli strati più bassi – si è dimostrata ancora una volta non solo una bufala, ma una bufala estremamente pericolosa da seguire. Ne è un chiaro esempio l’andamento del mercato del lavoro: ‹‹Il peso eccessivo che molti paesi dell’eurozona attribuiscono all’austerità fiscale sta peggiorando la crisi dell’occupazione e potrebbe portare a un’altra recessione in Europa››, dichiara Raymond Torres, direttore dell’Istituto internazionale di studi sociali dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro), l’agenzia Onu che ha appena pubblicato a Ginevra il “World of work report 2012 – better jobs for a better economy”.

«Nel vecchio continente i programmi di austerità fiscale non stanno che peggiorando la crisi del lavoro – spiega l’agenzia delle Nazioni Unite. Innanzitutto, questo è dovuto al fatto che molti governi specialmente nelle economie avanzate, hanno dato priorità a una combinazione di misure di austerità e di riforme drastiche del mercato del lavoro. Il rapporto precisa che queste misure hanno delle conseguenze disastrose sui mercati del lavoro in generale e sulla creazione di posti di lavoro in particolare. Nella maggior parte dei casi, questi provvedimenti non hanno portato ad una riduzione dei deficit». Ecco che, per tranquillizzare i mercati (e con quali risultati, chiediamo) si è in compenso lasciata al suo destino la palla al piede rappresentata dai cittadini.

Per provare a uscire goffamente dall’empasse, come scrive Walter Riolfi sul Sole24Ore, adesso «l’enfasi, che fino a qualche mese fa puntava solo sull’austerità fiscale, viene ora tutta riposta sulla crescita economica. Di crescita (mancata) hanno riempito pagine gli analisti delle agenzie di rating, ogni qualvolta dovevano tagliare i giudizi su un debito sovrano per adeguarli a quanto i mercati avevano già stabilito da mesi. Di crescita sono piene le invocazioni dell’amministrazione americana, preoccupata solo che il peggiorare delle cose in Europa possa trascinare ancor più in basso gli Usa. Di crescita parlano ora tutti gli analisti e gli economisti, compresi quelli che fino a febbraio invocavano il rigore analisi». Eppure, in effetti, si direbbe proprio che «Questo rapido mutamento di stile ha più l’aspetto di una opportuna compiacenza ai desiderata dei mercati che a profonde convinzioni economiche analisi».

Un’altra bolla di sapone, ecco! Come le altre, pronta a scoppiare e a lasciare il vuoto dietro di sè. La parola “crescita”, ormai, comincia ad essere abusata, e tirata fuori dal cilindro in caso di difficoltà, come se, soltanto evocandola, avesse effetti taumaturgici. Quale crescita vogliamo? Che cosa non vogliamo che cresca? Quale sviluppo? Vogliamo e semmai come la fine della civiltà consumistica? Desideriamo invece un suo (probabile, forse, ma certamente distruttivo) rilancio? Il vaneggiato ritorno della crescita tout-court è un miraggio fin troppo asettico su cui appoggiarsi per uscire dalla selva oscura della crisi, e perché si torni ad aver fiducia nel presente come nel futuro serve costruire una svolta radicale, un messaggio che abbia un’anima: un’anima fatta di più solidarietà, più (e non meno) Europa, più sostenibilità, più cultura, più democrazia. Un futuro diverso da quello che l’individualista ideologia dell’homo oeconomicus vorrebbe consegnarci: per costruirlo è necessario l’impegno di tutti.

fonte:greenreport.it

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