WWF Italia: NO al Carbone SI al futuro!

DOSSIER

Carbone: un ritorno al passato

inutile e pericoloso

L’attuale sistema energetico mondiale si regge sull’uso dei combustibili fossili: petrolio, carbone e gas naturale, nel mix energetico mondiale, pesano per oltre l’80%. Si tratta di risorse preziose ma limitate e assai inquinanti che la Terra ha custodito per decine o centinaia di milioni di anni e che l’uomo, nell’ultimo secolo, sta estraendo e utilizzando a ritmi assolutamente insostenibili.

 

In poco più di un secolo i consumi energetici sono aumentati di oltre 12 volte e, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), questa crescita dovrebbe proseguire nei prossimi decenni, ma la disponibilità di fonti fossili è limitata. Petrolio, gas e carbone si sono venuti a creare in specifiche condizioni geologiche e che queste non si ripetono con tanta facilità, soprattutto non in tempi compatibili con gli attuali ritmi di prelievo.

Dalla combustione delle fonti fossili si libera quasi il 90% del carbonio che si sta accumulando nell’atmosfera terrestre e che è responsabile dell’alterazione del clima e del conseguente riscaldamento globale, come evidenzia un’imponente mole di studi e ricerche.

 

Tra tutte le fonti fossili, il carbone rappresenta proprio la principale fonte di emissioni di gas serra: nel 2009, il 43% della CO2, corrispondente a circa 12,5 miliardi di tonnellate, è stata originata dalla combustione del carbone. Del resto, a parità di energia primaria disponibile, le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale.

Attualmente in Italia sono in funzione 13 centrali a carbone, assai diverse per potenza installata e anche per la tecnologia impiegata. Questi impianti nel 2010 hanno prodotto circa 39.734 GWh, contribuendo all’11,6% del fabbisogno elettrico complessivo. A fronte di questi dati, tutto sommato abbastanza modesti, gli impianti a carbone hanno prodotto circa 35 milioni di tonnellate di CO2 corrispondenti a oltre il 30% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale.

Il carbone usato da questi impianti è sostanzialmente tutto d’importazione, dal momento che il nostro Paese non dispone di risorse carbonifere adeguate allo sfruttamento, sia in termini quantitativi sia qualitativi, ad esempio il poco carbone presente nel Sulcis (in Sardegna) ha un tenore troppo alto di zolfo (circa il 6%, vale a dire dieci volte quello del carbone d’importazione).

L’uso del carbone non solo rappresenta la principale minaccia per il clima del pianeta ma è anche una delle maggiori fonti d’inquinamento con impatti assai gravi sulla salute di persone, organismi viventi ed ecosistemi. E’ noto, infatti, come dai processi di combustione si liberino numerose sostanze tossiche, alcune bioaccumulabili, altre cancerogene, ecc. E, tra tutti i combustibili fossili, sicuramente il carbone è quello che, bruciando, rilascia le maggiori quantità d’inquinanti. Un’ampia letteratura scientifica dimostra come dalla combustione del carbone si liberino sostanze che impattano in modo pesante sulla salute delle persone provocando al contempo pesanti danni economici che, se correttamente internalizzati (cioè compresi) nei costi energetici, metterebbero fuori mercato questo combustibile.

Si tratta di elementi da tenere in grande considerazione quando si orientano le scelte energetiche internazionali o anche di un singolo paese. Soprattutto quando quel paese non dispone di adeguate riserve di combustibili fossili. Nel dossier si dimostra, infatti, come la scelta carbone, in ogni caso sbagliata, lo sia ancora di più per un paese come l’Italia, sostanzialmente privo di giacimenti. Una scelta che non solo danneggia l’ambiente e la salute delle persone ma non migliora neanche il livello di sicurezza energetica. Peraltro il carbone non permetterebbe neanche di ridurre il costo della bolletta energetica, dal momento che il suo prezzo, soprattutto quello commerciato a livello internazionale, è fortemente condizionato dal costo del petrolio, la fonte necessaria per trasportarlo. Le stesse riserve di carbone, seppur maggiori rispetto a quella di altri combustibili fossili, sono comunque limitate e localizzate, aspetto che riduce la sicurezza negli approvvigionamenti e che rende i prezzi destinati inesorabilmente ad aumentare mano a mano che si riduce la disponibilità del minerale.

L’Italia, con una potenza installata che già supera i 106.489 MW, a fronte di una punta massima della domanda di 56.822 MW, ha una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere le centrali a funzionare a scartamento ridotto e, quindi, non ha bisogno di investire in impianti a carbone, ma farebbe meglio a puntare su un diverso modello energetico centrato sul risparmio, l’efficienza e le fonti rinnovabili, a partire dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da fonti rinnovabili allacciate a reti intelligenti (Smartgrids). Il modello fondato su grandi centrali e lo sfruttamento dei combustibili fossili è già entrato in crisi, il tentativo di perpetuarlo attraverso impianti che usano il vecchio combustibile che promosse la rivoluzione industriale, ma ha causato (e causa tuttora) enormi problemi ambientali è anti-storico e sottopone la collettività a rischi e costi inammissibili e duraturi.

La pigrizia imprenditoriale e le rendite di posizione non possono essere premiate: la transizione verso il nuovo modello energetico e la nuova economia è iniziata. Speriamo che il paese sappia prendere la strada giusta iniziando ad abbandonare tutti i progetti di nuovi impianti a carbone e chiudendo per prime le dannose e centrali a carbone ancora in attività.

http://wwf.it/stopcarbone

 

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