Caffeina:la droga più diffusa al mondo

Centinaia di milioni di persone assumono ogni giorno la droga più diffusa al mondo. Sotto forma di caffè, tè, cola e altre bevande energetiche di moda

In un giardino da tè, nella regione indiana del Darjiling, le foglie di Camellia sinensis vengono colte a mano. E’ così da quando gli inglesi cominciarono a diffondere la coltivazione di tè intorno al 1830. Con una produzione di circa 900 milioni di chili l’anno, l’India è il più grande produttore al mondo (fotografia di Bob Sacha).

”Potere! Denaro! Avidità! Sesso! Potere! Denaro! Avidità! Sesso!”. All’infinito, il ritornello martellante di una hit dance esplode dagli altoparlanti alti due metri, così potenti che con il riverbero di ogni basso, il pavimento di legno trema come in un terremoto. Attraverso una nebbia color porpora di fumo e sudore, il bagliore rosso delle luci stroboscopiche illumina le coppie che ballano: uomini con capigliature in stile “ultimo dei Mohicani” e il viso dipinto, donne con gonne in vinile così mini da non avere alcuno scopo funzionale.

Sono le 4 e 45 del mattino e all’Egg, un popolare club di Londra, solo alcuni dei ballerini si sono lasciati cadere sui divanetti o hanno trovato rifugio al bancone. La maggior parte, dopo una lunga notte di alcol, droga, tabacco e baccano da far tremare la terra, sono ancora in forze e felici di mettersi in mostra al centro del pavimento di legno vibrante. Come ci riescono? “A dire il vero c’è una specie di nuova ondata verso le quattro e mezza del mattino”, afferma il manager dell’Egg, Simon Patrick. “Questo è il momento in cui si forma la ressa di gente al bancone per comprare Red Bull. E i ragazzi mi dicono, mi son bevuto otto Red Bull, sto

praticamente volando. Ballano senza fermarsi mai, tanto che alle sette di mattina abbiamo ancora problemi a farli uscire”.

“È come mettere il tuo sistema a tutta velocità”, mi grida Lee Murphy per sovrastare il fracasso, mentre scivola sul pavimento con le sue scarpe da ballo alte 10 centimetri, sfoggiando un anello dorato al mento e una lattina affusolata di colore argento e blu di Red Bull, la bevanda energetica, in ciascuna mano. “Alle quattro o alle cinque di mattina sei completamente sbronzo”, mi spiega un’infermiera di 29 anni. “E quello è il momento di prenderti una Red Bull. Bersi queste due lattine è come bere una pinta di velocità”.

Per Lee Murphy e altri habitué dei club di tutto il mondo, senza parlare delle legioni di corridori, mountain bikers, piloti da guerra, sgobboni del college e autisti di camion notturni che sperano di fare altri 150 chilometri prima di arrendersi, l’intruglio in lattina etichettato come bevanda energetica rappresenta la nuova manifestazione effervescente di uno degli stimolanti più vecchi dell’umanità: la caffeina. L’ingrediente attivo in questo prodotto di successo australiano è una bella porzione di questa sostanza, mescolata assieme a una manciata di altri ingredienti.

Una lattina da 0,25 litri possiede tre volte la caffeina presente in una lattina da 33 cl di gazzosa. “I ragazzi dei club credono di aver fatto una nuova incredibile scoperta”, afferma Neil Stanley, direttore dell’Unità di Ricerca di Farmacologia, che sta investigando sui disturbi del sonno. “Ma sono secoli che si conoscono gli effetti delle bevande che contengono caffeina, in grado di risvegliarti da un momento di fiacca e renderti molto più allerta. Quello che in realtà hanno scoperto non è altro che un nuovo sistema di somministrazione”.

Il doppio effetto della sostanza, quello di contrastare la fatica e di aumentare l’attenzione, è uno dei motivi per cui è la preferita a livello mondiale tra le droghe che alterano l’umore, eclissando la nicotina e l’alcool, tanto da riuscire a trovarla non solo nei distributori di bibite o al bar, ma anche nelle pillole dietetiche e negli analgesici. È l’unica sostanza psicoattiva in grado di provocare assuefazione che ogni giorno somministriamo ai nostri figli, sottoforma di bibita o barrette di cioccolata.

Infatti, gran parte dei bambini vengono al mondo già con tracce di caffeina nei loro corpi, trasferite attraverso il cordone ombelicale ogni volta che la madre si beve un caffellatte o uno Snapple. La diffusione di questa sostanza è motivo di preoccupazione tra alcuni scienziati e sostenitori della salute pubblica, tuttavia la sua popolarità non diminuisce. Le vendite di Red Bull o di altri copioni di bevande energetiche con nomi tipo Red Devil, Roaring Lion, RockStar, SoBe Adrenaline Ruch, Go Fast e Whoop Ass sono in forte crescita. Allo stesso tempo si stanno aprendo nuovi coffee shop in tutto il mondo ad un ritmo che persino il più scrupoloso degli appassionati del caffé triplo macchiato con latte scremato, senza schiuma e doppio caramello, fa fatica a mantenere il passo. Ogni giorno, Starbucks apre quattro nuovi negozi da qualche parte nel mondo e assume 200 nuovi dipendenti, tanto che un detto simpatico diffuso in molte città racconta che Starbucks aprirà un nuovo negozio anche nel parcheggio dello stesso locale. Ma non è così.

Ancora. Solo 200 anni fa la gente si rese conto che la scossa di energia che il caffé e tè provocavano era la stessa e proveniva dalla stessa sostanza chimica. Si tratta di un alcaloide che si trova in natura nelle foglie, nei semi e nella frutta del tè, del caffé, del cacao, della cola e in altri 60 tipi di piante, una droga antica e meravigliosa che veniva prescritta fin dal sesto secolo avanti Cristo. Si pensa, infatti, che persino Laozu, uno dei grandi maestri spirituali del Taoismo, consigliasse il tè, da prendere come se fosse un elisir, ai discepoli della nuova religione. Tuttavia, fu solo nel 1820, quando le caffetterie proliferavano in tutta l’Europa occidentale, che una nuova generazione di scienziati cominciò a chiedersi che cosa rendesse il caffé una bevanda tanto popolare.

Il chimico tedesco Friedlieb Ferdinand Runge fu il primo a isolare la droga dai chicchi di caffé, e la battezzò “caffeina”, prendendo il nome dalla famosa bevanda. Successivamente, nel 1838, altri chimici scoprirono che anche l’ingrediente attivo del tè era lo stesso che Runge aveva scoperto, che prima della fine del secolo fu trovato anche nei semi di cola e cacao. È difficile credere che sia solo una coincidenza che il tè e il caffé si siano diffusi in Europa contemporaneamente all’apertura delle fabbriche che preannunciavano la prima rivoluzione industriale. Infatti, la grande espansione del consumo di bevande alla caffeina, che sostituirono l’onnipresente birra, rese più facile questa grande trasformazione economica che ci ha fatto passare dall’agricoltura all’industria.

L’acqua fatta bollire per preparare il caffé o il tè, aiutò a diminuire la diffusione delle malattie tra gli operai nelle città più affollate, e la caffeina nei loro corpi impediva che si addormentassero sui macchinari. In un certo modo, la caffeina è stata la droga che ha reso possibile il mondo moderno e più moderno diventa il mondo, più ne abbiamo bisogno. Senza la nostra dose di caffé mattutina, o di Coca light o Red Bull, per farci alzare dal letto e tornare al lavoro, la società delle 24 ore del mondo sviluppato non potrebbe esistere. “Fin da quando esiste l’uomo, o per gran parte della sua esistenza, il ritmo tra il sonno e la veglia è stato regolato dal sole e dalle stagioni”, spiega Charles Czeisler, neuroscienziato ed esperto dei disturbi del sonno della scuola medica di Harvard.

“In seguito, quando il ritmo del lavoro non veniva più scandito dal sole bensì dall’orologio, l’uomo ha dovuto adattarsi. La diffusione del consumo di cibi e bevande che contenevano caffeina, in combinazione con l’invenzione dell’energia elettrica, ci ha permesso di fare i conti con un tipo di lavoro regolato dalle lancette, e non più dalla luce del giorno o dal sonno naturale”. Czeisler, che raramente fa uso di caffeina, sprizza energia da tutti i pori del suo camice bianco, e corre da una parte all’altra del suo laboratorio dell’Ospedale Brigham and Women di Boston per afferrare articoli di giornale dagli scaffali o cercare in una tabella alcune informazioni importanti. “La caffeina viene chiamata il gergo la “wake-promoting therapy”, la “terapia della veglia”, afferma. Gli scienziati hanno elaborato varie teorie per spiegare il potere di questa terapia. È opinione comune che questa droga interferisca con l’adenosina, una sostanza presente nel corpo che funziona come un sonnifero naturale.

La caffeina ne blocca l’effetto ipnotico e ci mantiene svegli. Visto che è stato dimostrato che è capace di migliorare l’umore e aumentare l’attenzione in piccole quantità, è una pozione davvero potente per studenti e studiosi, bloccati in laboratorio alle tre del mattino. Infatti, Paul Erd?s, il matematico ungherese che lavorava spesso 24 ore su 24 alle sue equazioni, diceva che: “un matematico è una macchina per trasformare il caffé in teoremi”. Questa abilità di ammazzare il sonno, fa della caffeina una droga molto diffusa anche per coloro che viaggiano su lunghe distanze. I rimedi per attenuare il cosidetto jet-lag sono così tanti che su un volo transoceanico ne esiste uno per ciascun sedile.

Tuttavia, l’approccio spiegato nel libro “The Caffiene Advantage”, di Bennet Alan Weinberg e Bonnie K. Bealer, consiglia di astenersi dall’assumere caffeina durante i giorni precedenti al volo, e poi bere piccole quantità di caffé o tè il giorno dell’arrivo per mantene attiva l’attenzione, meglio se all’esterno con il sole in faccia, fino a quando non si recupera un sonno regolare (per la stesura di questo articolo ho viaggiato per settimane in tutto il pianeta, e ha funzionato). “La caffeina aiuta le persone a liberarsi dal ritmo circadiano che è profondamente radicato dentro tutti noi” afferma Czeisler. Poi però un’ombra attraversa il viso radioso del medico, e il suo tono cambia competamente: “C’è da considerare però l’altra faccia della medaglia”, dice solennemente, “stiamo pagando un prezzo molto salato per tutto questo tempo di veglia in eccesso”.

Infatti, senza un sonno adeguato (le 8 ore convenzionali vanno abbastanza bene) il corpo umano non può funzionare al meglio né da un punto di vista fisico o mentale né da un punto di vista emozionale, afferma il medico. “Facciamo parte di una società che ha tremendamente bisogno di ore di sonno”. In effetti, prosegue, c’è una specie di circolo vizioso alla base della voglia smodata di caffeina dei nostri giorni. “La ragione principale per cui la caffeina viene usata in tutto il mondo è stimolare l’attenzione” afferma Czeisler, “tuttavia ne abbiamo bisogno principalmente perché non riusciamo a dormire bene. Ci pensi per un attimo: usiamo la caffeina per risolvere un problema a livello del sonno che è il risultato del consumo della stessa”.

Dietrich Mateschitz al contrario non perde molto tempo a riflettere sul suo consumo di caffeina e, sicuramente, non ci perde il sonno. Questo asso del marketing,un omone austriaco dal sorriso simpatico e raggiante a cui fa da contorno un’ispida barba bianca, si definisce “a suo agio con il rischio”, indipendentemente se stia scalando una cima rocciosa, facendo sci estremo o escursionismo su un sentiero impossibile in cima alle Alpi o, semplicemente, il suo lavoro. Senza dubbio deve essere così, visto che il più grande che abbia mai corso, lo ha ripagato in modo spettacolare, portando un nuovo prodotto su tutti gli scaffali dei supermercati, generando una grandissima concorrenza e facendolo diventare miliardario, il tutto nell’arco di 15 anni. Durante gli anni ’80 lavorava per la Blandaz, una compagnia di cosmeticiti tedesca specializzata in prodotti per la pelle e dentifrici che esportava nell’Asia orientale.

I voli che prendeva con regolarità da Francoforte a Tokio o Pechino, inevitabilmente gli producevano problemi di jet-lag, tanto da non poterne più. Dopo tutto, lui era un rappresentante e doveva sempre essere al massimo delle energie per svolgere il suo lavoro al meglio, ma tutti quei lunghi voli lo sfinivano. Poi si accorse che i tassisti di molte città asiatiche sorseggiavano sempre delle piccole bottiglie di tonico. Fu così che, dopo un estenuante volo a Bangkok, chiese al suo tassista di dargli un po’ di quella bevanda. Eureka! “Il jet-lag era scomparso”, racconta.

“Improvvisamente mi sentivo davvero sveglio”. Riferendo l’episodio quasi vent’anni dopo, Mateschitz ricorda ancora l’entusiasmo palpabile che sentì in quel momento. “Queste bevande si trovavano dappertutto in Asia e venivano vendute su un mercato enorme. Così mi sono chiesto: perché non esiste un prodotto così in occidente?” In verità, in occidente esisteva già l’ingrediente chiave di quelle miscele asiatiche: la caffeina. La bevanda che funzionò in modo tanto splendido per Dietrich Mateschitz, un tonico di origine thailandese chiamato Krating Daeng (ovvero Toro Rosso: Red Bull), era una miscela fatta di caffeina, un amminoacido chiamato taurina e un carboidrato, il glucuronolattone.

Da quel giorno, l’austriaco lasciò il suo lavoro di rappresentante di dentifrici e investì i risparmi di una vita nell’acquisto della licenza per vendere il Krating Daeng in occidente. Dopo aver armeggiato un po’ con il gusto e la confezione, e aggiungendoci le bollicine, alla fine degli anni 80 lanciò la bevanda in Europa. All’inizio, i negozi non sapevano che farsene di una bevanda energetica. Non esistevano prodotti simili e quindi nemmeno un mercato. Mateschitz risolse il problema con una brillante campagna di marketing. “Red Bull non la bevi. La usi”, proclamavano le pubblicità. “Hai di meglio da fare che dormire”, “Red Bull ti mette le ali”. Successivamente Red Bull ha cominciato a organizzare eventi sportivi estremi cha spaziavano dal kitesurfing, allo streetluge e al parapendio e campionati di Flugtag, (macchine volanti ideate e costruite dai partecipanti) e di Seifenkistenrenner, chiamato anche Soap Box Derby (corse con automobili di legno non a motore).

Il target erano le persone dell’istruita, vigorosa, giovane e ben pagata società europea, che di giorno giocavano in borsa o si allenavano sulle piste di atletica, e di notte ballavano e bevevano fino all’alba nei club del centro. Alla fine dello scorso secolo, il cocktail più richiesto nei club europei era diventata la Vodka Redbull, Red Bull mescolato con vodka (ma è possibile prendersi anche un Bullgarita, Red Bull con tequila, un Chambull, Red Bull con Champagne oppre un Bullmeister, Red Bull con Jägermeister). “Con Red Bull roccheggi 24 ore su 24” recitano le pubblicità della compagnia, assieme all’utile rassicurazione che “l’aggiunta di alcool non muta le proprietà della bevanda”.

Il prodotto arrivò negli Stati Uniti nel 1997 attraverso una campagna di promozione che andava dall’organizzazione di eventi sportivi estremi all’utilizzo di “superstar sociali”, scelte nei campus dei collage, come promotori del marchio. Oggigiorno la Red Bull è commercializzata in più di cento paesi e vende quasi due miliardi di lattine all’anno. L’ufficio centrale della Red Bull, che si trova in un angolo mozzafiato delle Alpi austriache, vicino a un vero gioiello della natura, il lago di montagna Fuschlsee, assomiglia di più a un beach club alla moda che al quartier generale di una multinazionale multimiliardaria. Mateschitz ha voluto che il suo architetto progettasse l’edificio dandogli la forma di due vulcani che eruttano, in modo da riflettere la crescita esplosiva delle vendite.

I giovani membri dello staff, vestiti con canottiera e jeans, riempivano il parcheggio della compagnia con le loro mountain bike e un grande cane nero dormiva sotto una palma alta 6 metri nell’atrio fuori dal ufficio del direttore generale. Herr Matschitz, ormai sessantenne, seguiva il codice d’abbigliamento lavorativo alla perfezione, indossando jeans e mocassini, rigorosamente senza calzino, e unendosi agli altri dirigenti in partite di beach volley di fronte al lago. Matschitz cerca di sminuire con troppa modestia il ruolo da lui giocato nel successo della Red Bull, dando tutto il merito alla “formula”.

“Nel marketing devi far notare che il tuo prodotto è diverso da tutti gli altri”, dice, “anche nel caffé c’è la caffeina, ma sottoforma di bevanda amara, non fredda e dissetante. Esistono altre bibite rinfrescanti, ma non danno nessun altro beneficio. Prima il mercato si concentrava sul piacere, ora invece si è visto che oltre a questo ci può essere spazio per l’efficacia, ovvero per una bibita piacevole che abbia anche uno scopo preciso. Questa è la nicchia da sfruttare. Questa è la Red Bull”. L’idea di dare a una bibita uno “scopo”, aggiungendo dosi massiccie di una sostanza assuefante, fa innervosire non poco molte persone. Francia e Danimarca hanno proibito le bevande energetiche come la Red Bull e hanno difeso la loro scelta portando a esempio le preoccupazioni che il loro elevato dosaggio di caffeina e il consumo assieme ad altre sostanze abbiano effetti gravi sulla salute.

Inizialmente, persino sulle stesse lattine della Red Bull vendute in Austria c’era un avviso: “Nicht mit Alkohol mischen” “Non mescolare con l’alcool”. Il primo allarme in questo senso scoppiò in Irlanda, quando un diciottenne giocatore di basket, dopo aver bevuto parecchie lattine di Red Bull prima della partita, collassò e morì in campo. L’esame forensico non riuscì a chiarire se la Red Bull avesse contribuito alla fine improvvisa del ragazzo ma, la morte tanto innaturale di un giovane atleta, spinse il governo di Dublino a stabilire un comitato sulle bevande stimolanti (Stimulant Drinks Committee) con il compito di studiare gli effetti delle bevande energetiche sulla salute del popolo irlandese.

“La prima cosa che ho notato, quando il comitato si riuniva, era l’enorme quantità di caffé che veniva bevuta”, afferma Martin Higgins, il direttore generale dell’ente di promozione della sicurezza alimentare irlandese, che sovraintendeva lo studio. “Credo che tutti dobbiamo prendere i nostri stimolanti in un modo o nell’altro”. Il comitato controllò ogni ingrediente della Red Bull e di altri prodotti simili, ma la sua conclusione fu che l’ingrediente con più peso era la caffeina.

“Le persone non compravano energia o forza fisica”, afferma Higgins, “bensì la scossa che dà la caffeina, specialmente di notte nell’ambiente dei club, risvegliando più delle altre sostanze la preoccupazione del comitato. In conclusione, il comitato dichiarò che il consumo di caffeina a livelli moderati non rappresentava un grave rischio per la salute. Per questo raccomandò l’introduzione di etichette esplicative da applicare su questo tipo di bevande, indicando che la bibita non è adatta ai bambini, alle donne incinte e alle persone sensibili alla caffeina, così come di promemoria sanitari in cui si dicesse che le bevande energetiche non devono essere utilizzate per reidratare il corpo durante l’attività fisica. Lo scorso anno l’Unione Europea, guidata in parte dallo stesso studio irlandese, richiese che le bevande con più di 150 milligrammi di caffeina per litro fossero etichettate come “bevanda ad alto contenuto di caffeina”.

Secondo questi standard, la Red Bull, così come la maggior parte dei prodotti simili, è una bevanda ad alto contenuto di caffeina, allo stesso modo di qualsiasi tazza di caffé, ma a differenza di molte cole o altre bibite. Le etichette sono diventate obbligatorie in tutti e 25 i paesi dell’Unione e anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno adottato le stesse misure. Negli Stati Uniti, dove invece non esiste tale regola, molte lattine di bevande energetiche portavano già l’avviso nell’etichetta.

Jack James, uno psicologo membro del Stimulant Drinks Committee irlandese, non soddisfatto di questi provvedimenti (tanto da decidere di dare le dimissioni dall’organizzazione), crede che ci sia ben poco da guadagnare da queste etichette applicate solo sulle bevande con alto contenuto di caffeina. Dice che in questo modo i consumatori potrebbero benissimo pensare che bere delle bibite con livelli più bassi di caffeina sia completamente sicuro, una conclusione che non è assolutamente provata dai fatti. Mentre i consumatori di tutto il mondo continuano a somministrarsi questa droga anno dopo anno, James è seduto nel suo ufficio spartano del campus dell’Università Nazionale d’Irlanda a Galway, documentando i motivi per cui dovrebbero smettere.

Soprannominato da un suo collega “il crociato della caffeina”, quest’uomo di origine australiana, capelli ricci e occhialetti rotondi, possiede una determinazione d’acciaio. Durante l’intervista, durata più di quattro ore, ha sorseggiato solamente acqua tiepida da un bicchiere. Per anni, infatti, è riuscito a mantenere la promessa di non consumare più caffeina, che in precedenza usava con regolarità. “Agli incontri scientifici, la gente mi dice: hei, Jack, vuoi un caffé?” James ha criticato con forza i risultati di molte ricerche finanziate dall’industria delle bibite e da quella del caffé, che sembrano dipingere la caffeina come una sostanza benigna, ignorando invece le prove dei suoi potenziali effetti collaterali. La sua ricerca al contrario avverte che la caffeina è una sostanza psicoattiva in grado di aumentare la pressione sanguigna e quindi il rischio di malattie cardiovascolari.

Tuttavia, la visione di Jack James stona con la maggior parte delle dichiarazioni in materia rese dagli organi di sanità pubblica. Sebbene le industrie del caffé e delle bibite finanziano il lavoro di ricerca sulla caffeina in laboratorio, esistono almeno altrettanti ricercatori indipendenti, e la visione generale sembra essere che la droga più famosa del mondo non sia pericolosa se consumata a livelli moderati, fino a 300 milligrammi, ovvero una o due tazze di caffé o da sei a otto lattine di gazzosa al giorno.

Tuttavia la caffeina resta sempre una droga, e ciò spiega la preoccupazione di molte persone. Alcuni studi sulla popolazione nell’arco di alcuni anni hanno dimostrato che coloro che consumano caffeina presentano un tasso maggiore di tumore del rene, carcinoma della vescica, mastite, tumore al pancreas e osteoporosi. Tuttavia queste cifre non possono provare che la caffeina sia la causa delle malattie. Se ne possono studiare, infatti, solamente gli effetti a breve termine. In modo simile ad altre droghe, la caffeina ha un chiaro effetto sui processi mentali e fisici.

Numerosi studi hanno evidenziato che funziona come una sostanza analettica (stimolando il sistema nervoso centrale), ergogenica (in grado di migliorare le performance fisiche), nonché diuretica, anche se, secondo delle ricerche recenti, non porta alla disidratazione se consumata in quantità moderate, nemmeno negli atleti. È però vero che le bevande con caffeina aumentano la produzione di urina, ma esattamente come farebbe l’acqua. Inoltre, fa aumentare la pressione del sangue, anche se solo temporaneamente. Nonostante alcuni studi, che dimostrano come il suo consumo stimoli la perdita di calcio, gli effetti sono talmente lievi che è possibile contrastarli assumendo solamente due cucchiai di latte al giorno.

A dire il vero, molti delle ricerche suggeriscono che la caffeina possa avere effetti benefici sulla salute dell’uomo. È stato dimostrato che aiuta ad alleviare il dolore, previene le emicranie, riduce i sintomi dell’asma e migliora l’umore. Come stimolante mentale, aumenta l’attenzione, la percezione e la velocità di reazione e grazie alla sua proprietà di abbattere la fatica, migliora le prestazioni quando si effettuano compiti in cui è necessario restare molto vigili, come guidare un automobile o un aereo, risolvere problemi matematici semplici o immettere dati nel computer. Infine, nonostante l’uso diffuso in tutto il mondo, solo di rado se n’è abusato. “L’abuso di caffeina tende a fermarsi da solo” dice Jack Bergman, farmacologo degli effetti sul comportamento, del dipartimento di psichiatrica della Harvard Medical School. “Diventi nervoso e non ti senti più a tuo agio, perciò non ti va di continuare”.

Tuttavia, il punto in cui un individuo raggiunge quello stato di nervosismo può variare di molto. Alcune persone sembrano essere più sensibili agli effetti della caffeina e provano ansia persino dopo averne consumata poca. Nella minoranza dei casi, una dose di 300 o più milligrammi può provocare un aumento della tensione, dell’ansia e persino attacchi di panico, confermando in questo modo quello che è stato riscontrato in alcune ricerche, ovvero che le persone nervose consumano generalmente poca caffeina. Per quanto riguarda il consumo nei bambini, è chiaro che a causa del peso minore dei loro corpi dovrebbero assumerne meno che gli adulti. Il rapporto dello Stimulant Drinks Committee irlandese avvisa che il consumo di bevande ad alto livello di caffeina dovrebbe essere scoraggiato nei bambini, in modo da prevenire l’incorrere di ansia o nervosismo. Tuttavia, non esistono prove esaustive sulla presunta nocività del consumo di piccole dosi.

L’Autorità neozelandese per la sicurezza alimentare ha riportato che i bambini metabolizzano più rapidamente la caffeina e che non esiste alcun motivo di sospettare che siano più sensibili, rispetto agli adulti, ai suoi effetti, buoni o cattivi che siano. Persino nelle donne incinte, una fetta della popolazione a cui la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali) sconsiglia di consumare caffeina, i rischi sembrano essere minori se si mantengono le dosi giornaliere a livelli moderati.Michael Bracken, un epidemiologo perinatale della Yale School of Public Health, ha tracciato le abitudini di migliaia di donne in dolce attesa, durante gli ultimi due decenni. “Basandoci sui dati odierni, possiamo dire con sicurezza alle donne incinte che, se manterranno il consumo di caffeina sotto i 300 milligrammi giornalieri (una o due tazze di caffé al giorno), non provocheranno alcun danno al nascituro”. Dopo decenni di studi, la caffeina rimane sempre nella lista degli additivi alimentari della FDA tra quelli che “sono riconosciuti generalmente come innocui”.

“Basandoci su tutte queste ricerche, è davvero difficile dire che un consumo moderato di caffeina sia dannoso per la salute”, dice Bergman. “Gli effetti sul comportamento sono reali, ma miti, anche se, senza ombra di dubbio, causa dipendenza fisica. Di solito quando mi alzo alla mattina prendo un paio di caffé, ma quando non lo faccio, i sintomi di astinenza non sono assolutamente gravi”. Alcuni consumatori abituali di caffeina potrebbero non essere d’accordo con lui: un giorno senza caffeina può provocare mal di testa, irritabilità, mancanza di energie e ovviamente sonnolenza.

Certamente, smettere di consumare caffeina è molto più rapido e facile rispetto ad abbandonare l’uso di cocaina o eroina: i sintomi da astinenza scompaiono generalmente in due o quattro giorni, anche se possono durare una settimana o oltre. Tuttavia, il desiderio di evitare i morsi dell’astinenza, è il motivo per cui miliardi di persone la consumano così ansiosamente ogni giorno. Una persona che affermi: “Alla mattina mi sento un mostro fino a quando non prendo un caffé” è l’esempio di una forma mite di assuefazione. Questo è il motivo per cui Jack James sostiene che la diffusione della dipendenza da caffeina potrebbe aver alterato i risultati delle ricerche, esagerandone gli effetti positivi sull’umore. Se gli scienziati mettono a confronto due gruppi di soggetti, a uno dei quali è stata somministrata caffeina e all’altro no, il miglioramento dell’umore o delle performance fisiche nel primo gruppo potrebbe essere semplicemente la sensazione di sollievo dai sintomi di astinenza.

“Può essere che ci troviamo tutti in un ciclo infinito”, afferma Derk-Jar Dijk, fisiologo del centro di ricerca sul sonno dell’Università del Surrey. “Prendi della caffeina e sei più attento. Poi la mattina successiva, l’effetto è finito e hai bisogno di un altro po’ di droga per ritornare allo stesso livello di attenzione. Tuttavia, potremmo uscire da questo ciclo. Quelli di noi che lavorano di giorno, potrebbero benissimo farcela anche senza caffeina”. C’è da considerare anche che, il rituale del caffé alla mattina, magari con un croissant, è uno dei piaceri della vita di tutti i giorni. Rende più calmi, e aiuta a organizzare la giornata. E questo può essere utile a tutti. Nell’arco dei secoli, l’umanità ha creato innumerevoli rituali per accompagnare il consumo delle sue droghe preferite e, spesso, il rituale trascende la bevanda stessa.

Nella cerimonia del tè in Giappone, l’austera ed elegante “chanoyu”, la semplice ambientazione della sala da tè, il soffice fruscio del kimono sul pavimento di tatami e la bellezza rustica di una tazza modellata a mano, contano tanto quanto il tè in sé stesso. Gli Inglesi hanno trasformato il rituale del tè pomeridiano in una parata di eleganza e lusso. Nello splendore luccicante dell’emporio alimentare Forum & Mason di Londra, il tè è servito in tazze di porcellana d’oro e verdi, tra colonne di marmo verde ed enormi aiuole floreali. I camerieri ossequiosi servono tramezzini, pasticcini con panna e torte ai frutti tropicali da abbinare a tè come l’Earl Gray o il Lapsang Souchong. Un pianista al centro della sala suona “On the Sunny Side of the Street”, che è perfetta perché in questo momento ti senti veramente ricco come Rockfeller, almeno fino a quando le teiere si svuotano e arriva il conto (44 dollari!).

Gli americani, come c’era da aspettarsi, si sono inventati dei rituali molto più casual: un doughnut e un caffé al Dunkin’ Donuts, o magari un istantaneo con panna in polvere e dolcificante al banco. Tuttavia, negli ultimi dieci anni circa, il rituale del consumo della caffeina mattutino si è diffuso in modo capillare. L’invasione dei nuovi coffee shop ha trasformato la tazza di caffé da 75 centesimi, che era possibile riempire gratuitamente molte volte, in una cosa stravagante da 6 dollari appositamente messa in infusione e mescolata per il cliente da un barista personale. “In questo paese abbiamo costruito un nuovo rituale del caffé”, dice Howard Schultz, l’inventore di Starbucks. In soli vent’anni, Schultz ha trasformato una semplice caffetteria del coffee shop all’angolo della Quarta strada e Spring di Seattle, in una fortuna che conta con 500 compagnie, creando un’icona globale così famosa che “Playboy” le ha dedicato un numero speciale chiamato “Le Donne di Starbuck”.

Lui stesso è un bevitore assiduo di caffé: ne consuma 5 tazze al giorno ed è il ritratto dell’energia stessa, mentre lo osservo aggirarsi nel suo studio e ricordare come tutto è cominciato”. Schultz era un rappresentante di chicchi di caffé di un negozio di Seattle chiamato Starbuck (come il primo ufficiale del Pequod in Moby Dick), quando, nel 1983, visitò Milano e s’innamorò dell’atmosfera che si respirava nella più grande istituzione italiana: la caffetteria.

“Non si trattava solo dell’eccellente caffé, ma anche di qualcos’altro” dice in modo appassionato. “Ha a che fare con la conversazione, con la comunità e i legami umani. Il tutto unito da del buon caffé. Così mi sono detto: possiamo farlo anche a Seattle”. In un’uggiosa (che altro sennò) mattinata di Seattle dell’aprile del 1984, Schultz allestisce una caffetteria nel retro del negozio di caffé, dove offre misteriose bevande come il caffellatte che i tipi del Dunkin’ Donuts non avevano mai sognato. Dopo qualche giorno ci sono già lunghe file di gente sul marciapiede e così decide di non tornare sui suoi passi. In breve lascia il negozio e apre la sua nuova caffetteria che chiama “Il Giornale”. Due anni più tardi compra quelle del suo ex datore di lavoro.

Oggi ci sono più di 8.500 negozi Starbucks in tutto il mondo, e altri 1.500 verranno aperti quest’anno. A Schultz non piace che si sottolinei il ruolo giocato dalla caffeina nel successo della sua compagnia. “Non credo che c’entri la caffeina. Credo che il rituale e l’atmosfera romantica contino molto di più”. Tuttavia, la caffeina c’è. Qualche chilometro a sud dell’ufficio di Schultz, lungo la superstrada, nella torrefazione di Kent, nello stato di Washington, il responsabile Tom Walters lo sa in prima persona. “Mi hanno detto di non fare nessun collegamento tra la caffeina e il caffé”, dice mentre passeggia lungo montagne di sacchi di iuta da 70 chili, piedi di chicchi appena raccolti nelle coltivazioni di Colombia, Costa Rica, Nicaragua e Indonesia.

“Ma da queste parti ne vediamo veramente tanta. Quando tostiamo i chicchi, la caffeina forma una specie di lanugine sulla macchina tostatrice. Così quando siamo troppo occupati per prenderci una pausa caffé, alcuni di noi passano il dito sulla macchina e lo succhiano, ricaricandosi in questa maniera”. E non è un caso che, questa ricarica, la provochino le bevande più famose al mondo (caffé, cola e tè), che contengono caffeina. Che si tratti di un ricercatore che trangugia un mocha nel laboratorio o un monaco che sorseggia del tè verde mentre recita un mantra nel tempio, lo stimolante preferito dal genere umano lavora ogni giorno in tutto il mondo.

E anche ogni notte. Di nuovo tra i flash e il baccano dell’Egg a Londra, Lee Murphy balla al ritmo delle batteria elettronica di “Give It What You’ve Got!” Fa un lungo sorso da una delle due lattine di Red Bull e grida per sovrastare il frastuono: “Ehi, amico, lo so che è una droga”. “Ma ho bisogno di questa scossa”.

fonte:nationalgeographic.it

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