collegamento tra sisma e attività di trivellazione?potrebbe essere

Terremoti e fracking: potrebbe esserci un collegamento tra sisma e attività di trivellazione, e se è vero che non è detto che ogni pozzo porta con sè un terremoto, si tratta di una possibilità da non escludere a priori, come dimostra la letteratura scientifica internazionale che in Italia, però, manca. Lo spiega all’Adnkronos Maria Rita D’Orsogna, ricercatrice della California State University che da anni segue, tra gli Usa e l’Italia, la questione delle trivellazioni cercando di diffondere il più possibile le ricerche condotte all’estero sul tema.

“Si tratta di evidenze scientifiche, fatti studiati in tutto il mondo come dimostra l’articolo pubblicato recentemente da ‘Scientific American’ per il quale i terremoti possono essere causati da fracking e trivellazioni di petrolio e gas”, spiega la ricercatrice, citando una serie di casi eclatanti, accertati in tutto il mondo, dall’ex Unione Sovietica alla California, dove negli anni ’80 a Coalinga, le attività petrolifere sono state collegate a movimenti tellurici attorno al sesto grado della scala Richter.

Negli Usa ci sono state diverse regioni colpite da sciami sismici in zone in cui si fa fracking (Arkansas, Ohio, Oklahoma, Texas) e così pure in Inghilterra, a Blackpool.

Il fracking viene eseguito dopo una trivellazione entro una formazione di roccia contenente idrocarburi, per aumentarne la permeabilità al fine di migliorare la produzione del petrolio o dello shale gas contenuti nel giacimento e incrementarne il tasso di recupero. Più spesso, la sismicità indotta si aggira attorno ai 3-4 gradi Richter, come accaduto nel 2006 a Basilea, dove un pozzo per attività geotermica ha scatenato uno sciame sismico di 30 terremoti con grado massimo 3,4.

“Ripeto, non è detto che ad ogni trivellazione segua un terremoto, ma visto che non si può escludere questa possibilità, in un Paese come l’Italia, fragile sotto molti punti di vista, è meglio andare cauti con un’opera di trivellazione selvaggia”, aggiunge la D’Orsogna.

A creare problemi “non sono solo le trivellazioni in sè, ma anche i pozzi di reiniezione, pozzi per lo più dismessi che vengono utilizzati per reiniettare ad alta pressione, nel sottosuolo, sostanze di scarico delle trivellazione andando ad interferire con gli equilibri sotterranei – aggiunge – Sarebbe opportuno che la geologia si interrogasse sulla questione, per amore della conoscenza, visto che in Italia, a differenza di altri Paesi, non ci sono molti studi sulla sismicità indotta”.

Molta più informazione si fa, invece, negli altri Paesi dove gli studi sull’argomento sono iniziati addirittura negli anni ’60. E continuano anche oggi: un esempio arriva da Royal Netherlands Meteorological Institute (Knmi) che ha da poco pubblicato un catalogo di “terremoti indotti” causati dalla produzione di gas nel nord dell’Olanda, registrando ben 688 eventi dal 1986 al 2011, di magnitudine massima 3.5 Richter, concentrati nella zona di Groningen, dove esiste un campo di gas attivo.

Terremoti di magnitudine medio-bassa, che hanno causato danni minori ma grandi preoccupazioni alle popolazioni locali, in seguito ai quali dal 2003 il governo olandese ha iniziato a richiedere studi di compatibilità e di rischio sismico per le aree interessate da ulteriori azioni trivellative.

 

 

Il Knmi ha anche presentato uno studio sulla possiblità di incremento di terremoti nella zona Bergermeer collegato allo stoccaggio di gas, con il quale ci sarà un 2% di rischio di terremoti di intensità di magnitudine 3,9 Richer, e di probabilità maggiore per terremoti di grado minore.

 

 

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