gli Anarchici e i Nichilisti

Siamo in molti miliardi di troppo a chiedere il Paradiso in Terra, ed è l’Inferno quello che rendiamo inevitabile, con l’aiuti della nostra scienza, sotto il bastone dei nostri pastori imbecilli. Il futuro dirà che gli unici chiaroveggenti erano gli Anarchici e i Nichilisti.
Albert Caraco, Breviario del Caos, 1982 (postumo)
Il “Breviario del caos”, apparso postumo nel 1982 (Caraco è morto suicida nel 1971), è una raccolta di brevi, lancinanti stralci di prosa, incentrata sulla reale natura del mondo in cui viviamo; mondo che, secondo l’autore, sarebbe meglio che precipitasse nel caos e andasse incontro ad una catastrofe che lo cancelli per sempre, a patto che rimanga in vita un piccolo gruppo di esseri umani abbastanza illuminati da poter creare una nuova civiltà, partendo da zero (l’autore non si inserisce in questa enclave di saggi, caso raro in una stirpe immensa di filosofi che ci vogliono convincere che sono tra i pochi a poter mandare avanti il pianeta). Ogni pagina è separata dall’altra come discorsi differenti, rendendo valida l’idea di definire il libro “breviario”, da cui è preferibile attingere frasi e pensieri piuttosto che leggerlo d’un fiato in un pomeriggio. Anche perché, se lo si legge d’un fiato, probabilmente può causare asfissia. Ogni pagina gronda morte, rovina, distruzione, corruzione dell’umanità, cleri mistificatori e falsi, masse umane votate solo alla riproduzione (seguita dal reciproco massacro), disillusioni dolorose, inquinamento: il caos, appunto. Nonostante il linguaggio da predicatore di sventura che lo contraddistingue, Caraco è estremamente lucido mentre parla di città divorate dall’inquinamento, trasformate in trappole per gli stessi abitanti che le hanno costruite, così come sono trappole molte opere dell’uomo, incomprensibili ai propri creatori: purtroppo, non ha tutti i torti. Anche quando descrive le masse in guerra e i burattinai che le manovrano, schiavi loro stessi delle proprie oscure mire, ci si trova a condividere lo straziato urlo di interruzione che l’autore lancia all’umanità, pregando per una cessazione totale dell’attività umana a favore di una rinascita del mondo. Ma, ragionando dopo l’overdose di morte, rovina eccetera, si notano le pecche. A parte le esagerazioni e la crudezza dei concetti espressi (auspicare un cataclisma non è così facile, esserne felici credo che sia impossibile), dal libro emerge misoginia e un visibile classismo, che dipinge le masse, operaie e non, come nugoli di insetti privi di intelletto immeritevoli di sopravvivere e causa, insieme ai propri oppressori, del male globale. Ciò appesantisce una prosa già ripetitiva, oltre che nei concetti, anche nel lessico. Riassumendo: nonostante Caraco vedesse dove i suoi contemporanei non vedevano, forse scorgeva solo il lato negativo di un’umanità che, se vuole, può reagire all’infezione che ha provocato al pianeta e a sé stessa.

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