Gli interessi in Afghanistan: un soldato racconta

«Ma quale missione di pace? Laggiù c’è la guerra». Parla un militare della Nato, spiegando i veri motivi dell’intervento. Ne sanno qualcosa le case farmaceutiche. [Giorgia Pietropaoli]

Non diremo né il suo nome né la sua nazionalità. Lo chiameremo Mr. Smith, in onore alla tradizione dell’anonimato per antonomasia. Non possiamo fare il suo nome né svelare la sua nazionalità perché Mr. Smith è un militare, che è stato in Afghanistan, sotto il comando di un team internazionale Nato. Il progetto si chiama Isaf e vuol dire “International Security Assistance Force”: lo scopo di questa missione è quello di supportare e assistere il governo e l’esercito in Afghanistan.

Qual è stata la tua prima impressione quando hai saputo di dover andare là?

Paura. Molta paura. Avevo paura soprattutto degli attentati. Non sapevo quello che mi aspettava. È stata la mia prima missione da “comandato”: quindi, essendo il mio un team a comando internazionale, tecnicamente non sapevo proprio quello che sarei andato a fare. Perciò, quest’incertezza mi ha fatto provare ancora più paura e non ho proprio pensato alle persone che avrei aiutato. Anche perché questa è stata un’esperienza diversa dalle precedenti: non ho distribuito cibo, coperte e medicine ai bisognosi come ho fatto in passato in altre missioni. Ho provato a chiedere informazioni al mio cambio; lui ha cercato di rassicurarmi, ma ovviamente mi ha detto solo quello che era autorizzato a dirmi.

Quindi, non è una missione di pace?

Pace? Là c’è la guerra. Non siamo là per mantenere la pace. Siamo là per aiutarli verso una transizione democratica, ma questo non avviene certo in maniera pacifica.

Che ruolo avevi in Afghanistan?

Addestravo un settore dell’esercito afghano. Ma quello che ho imparato su questo Paese l’ho imparato soprattutto frequentando gli interpreti. Naturalmente non ero autorizzato ad andare nelle loro case, a conoscere le loro famiglie. È troppo rischioso, o almeno così ci dicono. Con loro, però, sono riuscito a parlare molto e mi hanno fatto capire molte cose. Non dicono a nessuno che lavorano per l’esercito internazionale: hanno paura di subire ripercussioni.

L’intervento militare in Afghanistan basato sulla guerra al terrorismo ha un fondamento?

In piccolissima parte. In realtà il terrorismo è più pericoloso per gli stessi afghani, quelli che hanno un basso o scarso grado d’istruzione: è facile portarli sulla strada dell’attentato suicida se viene loro inculcato che chi indossa una divisa è nemico di Allah e non ha la capacità critica e culturale per stabilirlo.

Si, ma il motivo per cui si è intervenuti militarmente in Afghanistan era stanare Bin Laden e mettere fine al terrorismo che minacciava l’Occidente. È veramente così?

Bin Laden era solo un piccolissimo movente. I motivi per intervenire erano molti di più. Vuoi sapere chi ha spinto principalmente all’intervento, da parte occidentale? Le case farmaceutiche. Loro avevano bisogno che si intervenisse in Afghanistan. Loro hanno l’interesse maggiore in questa guerra.

Quale?

L’oppio. In Afghanistan non c’è niente, c’è solo l’oppio. E quello fa gola alle case farmaceutiche. Prima dell’intervento lo acquistavano a prezzi svantaggiosi, perché erano i talebani a gestire il traffico e a stabilire il costo. Il monopolio era quasi tutto in mano loro e se si considera che l’oppio prodotto in Afghanistan è pari a circa il 50% dell’oppio prodotto in tutto il mondo, si capisce bene che non poterlo controllare vuol dire perdere una fetta importantissima di produzione. Con l’intervento militare, invece, si è riusciti a far scendere il prezzo applicato alle case farmaceutiche occidentali.

Com’è stato possibile?

In pratica, l’Afghanistan è diviso in diverse aree in cui ci sono villaggi la cui economia si basa sulla produzione di oppio. Il responsabile Isaf di quella zona media con ogni capo-villaggio. Che vuol dire che media? Lui è incaricato della mediazione del traffico legale della droga: parla con il capo-villaggio e cerca di fargli capire che la vendita di questa merce all’Occidente è quella più giusta, mentre quella ai talebani è sbagliata, per svariati motivi. Il capo del villaggio a sua volta deve parlare con i suoi contadini e convincerli di questo: il risultato è che una piccola parte di oppio finisce comunque ai talebani, perché ci sono fazioni interne al villaggio che li appoggiano. Ma la maggior parte se lo aggiudicano le case farmaceutiche occidentali. Quindi vengono educati alla via occidentale, quella che pensiamo sia la più giusta.

Ma l’intervento non era volto anche a smantellare le coltivazioni d’oppio?

Smantellare? Le abbiamo consolidate, le abbiamo indirizzate verso l’Occidente per privilegiare le case farmaceutiche ed far loro ottenere prezzi che prima non avevano. Questo perché in Afghanistan non è possibile creare nient’altro, a livello economico. Ci sono solo polvere e sassi. E l’oppio, come ho già detto. Conviene anche a noi, in un certo senso, perché paghiamo di meno i medicinali fatti con questa sostanza.

Conosci qualcuna di queste case farmaceutiche?

No.

E il traffico illegale che si genera parallelamente a quello legale? È possibile che sia gestito anche dai servizi segreti come la Cia?

Di quello non so nulla. Probabile che sia roba dei servizi segreti, appunto. Tutto può essere, non escludo nulla.

Hai incontrato qualche mercenario lì? Che cosa fanno?

Ne ho incontrato qualcuno, sì. Ma non mi piacciono e non mi piace parlare di loro. Fanno quello che devono fare, senza aver bisogno di nessuna spiegazione. Un soldato ha bisogno di sapere perché fa quello che fa. Un mercenario no. E poi non bisogna dare spiegazioni a nessuno se muore uno di loro.

Ma i soldati che partono in missione per l’Afghanistan conoscono la storia dell’oppio che ci hai raccontato?

Non quando partono per la prima volta. Poi stando lì, magari, potrebbero rendersene conto. Ma non è detto. È più probabile che non lo scoprano.

Non dovrebbero conoscere prima questa storia?

In parte sì, perché li renderebbe più consapevoli, chiuderebbe il cerchio e loro capirebbero il senso di quello che stanno facendo. In parte no, perché ciò li renderebbe ancora più spaventati.

Perché si è intervenuti in Afghanistan e non in altri posti dove le condizioni sociali e umanitarie sono forse peggiori?

La sola condizione umanitaria non è mai motivo d’intervento. Ci vogliono le motivazioni economiche, un ritorno economico. Senza quello non si interviene militarmente. Mai.

Ma ne vale la pena? Restare in Afghanistan e rischiare di morire?

Non ne vale mai la pena, nessuno può dire “ne valeva la pena”. Una vita umana non ha valore e non dovrebbe essere mai sprecata, perciò non c’è mai motivazione alla perdita di una vita. E i discorsi che si sentono in tutto il mondo quando muore un soldato, che ha sacrificato la vita per la patria, è solo banale retorica. Detto questo, io non so cosa sia sbagliato: se rimanere oppure andarsene tutti via, da questo Paese. Certo è che la guerra, lì, durerà per almeno altri ottant’anni.

Fonte: http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=39918&typeb=0&Gli-interessi-in-Afghanistan-un-soldato-racconta

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