La bellezza della Toscana (e dell’Italia) sotto il fango dell’insostenibilità

Umberto Mazzantini

L’Italia e la  Toscana vanno nuovamente sott’acqua per nubifragi che da eccezionali stanno diventando così normali che ormai i sindaci chiudono le scuole ad ogni allarme della protezione civile. Pioggia eccezionalmente normale nei tempi annunciati del cambiamento climatico al quale il nostro fragile Paese non si è preparato, pioggia che cade e fiumi che scorrono in un Paese anormale, cementificato, immemore della sua natura e della sua geologia, che ha costruito dove non doveva, anche nella “felice” Toscana che si trova nuovamente sotto il fango nei soliti posti di sempre: la provincia di Massa, Massa, Carrara, il Pisano, la Lucchesia, mentre tremano la Maremma e l’Elba…

Non potrebbe essere altrimenti in una Regione dove, secondo il rapporto “Ecosistema rischio” di Legambiente e Protezione Civile il 98% dei Comuni è a rischio idrogeologico. Eppure anche nella Toscana della pianificazione edilizia si è costruito, con varianti, variantine ed interventi di urgenza, dove non si doveva costruire: sui letti dei fiumi imprigionati da nuovi argini che le bombe d’acqua del global warming rendono inutili, sotto le frane e le cave. Anche nella Toscana del buon governo il territorio è stato appesantito dall’abusivismo e dal cemento legale ed approvato a furor di popolo da amministrazioni democraticamente elette, è stato sfregiato e sbarrato da infrastrutture ciclopiche su territori fragili ed il cemento e l’asfalto sono diventati moltiplicatori del rischio che in qualche caso avrebbero dovuto allontanare.

Anche in Toscana prevale la tentazione di “mettere  in sicurezza” il territorio per poter semplicemente continuare a costruire in un ambiente modificato e quindi diverso da quello precedente: si alzano argini per non rimediare gli errori, si barricano le zone rosse e la delocalizzazione di abitazioni ad aziende costruite negli alvei è una prospettiva (l’unica seria e ragionevole) che agli orecchi degli amministratori e dei cittadini diventa una minaccia.

Si accumula cemento su cemento per proteggersi, si scavano i letti dei fiumi perché ci passi più acqua, si violenta la natura (spesso protetta) invece di lasciare liberi i corsi d’acqua, invece di farli tornare dove li abbiamo spostati in un impeto di follia autodistruttiva, si tombano torrenti e fossi e poi ci si meraviglia che i corsi d’acqua fantasma esplodano ed inondino case e cantine, facendo danni e troppo spesso vittime.

Ha ragione il ministro dell’ambiente Corrado Clini a chiedere all’Ue di allentare il patto di stabilità per liberare risorse pubbliche per la prevenzione e per la necessaria manutenzione e messa in sicurezza del territorio, ma questa avrebbe dovuto essere la prima priorità di un governo serio, tecnico o politico, non la Tav Torino-Lione, l’assurda discussione sul Ponte di Messina “cinese” e l’autostrada tirrenica in Toscana che percorrerà aree a rischio.

Ha ragione anche il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, quando dice che «Bisogna prendere un’iniziativa capace di riavviare la cura del territorio e di trovare le risorse necessarie per farlo», ma per farlo non bisogna rivedere solo il patto di stabilità, bisogna rivedere l’intera politica urbanistica e dell’utilizzo (pessimo) del territorio in Italia, bisogna risolvere le devastanti contraddizioni tra il decreto salva-suoli agricoli del ministro dell’agricoltura Catania e le politiche dello stesso governo che vanno in tutt’altra direzione. E in Toscana, regione dove il Pd conta parecchio, bisogna risolvere le contraddizioni sulle buone leggi regionali ed i buchi che permettono di rispettarle con il Piani strutturali e di aggirarle con i regolamenti urbanistici e le varianti, bisogna delocalizzare e non “difendere” facendo finta che tutto è o tornerà come prima del cambiamento climatico, della tropicalizzazione delle bombe d’acqua che scendono dalle montagne e trovano piane, fiumi e coste cementificate, villettopoli e porti turistici che erodono le coste, barriere e sfasciume di uno sviluppo che ha guardato troppo spesso alla rendita e troppo poco  alla cura del patrimonio.

Occorre che chi ci ha amministrato ammetta di essersi sbagliato, di non aver capito che tutto stava cambiando mentre la politica continuava a far finta che tutto fosse immutabile, bisogna fare ai cittadini un discorso di verità sullo stato del territorio e sulle complicità, le manchevolezze, l’ingordigia e l’indifferenza che causano più danni del maltempo.

Sarebbe l’occasione per vedere se la mitica “partecipazione” dell’altrettanto “mitica” gente può essere applicata anche alla realizzazione di un nuovo virtuoso modello di recupero della sostenibilità ambientale, ad un’urbanistica “ricostruttiva” del territorio, ad un modello vero di cittadinanza che trasformi i no in occasione di un nuovo progresso, che può partire solo dalla manutenzione e dalla salvaguardia del paesaggio e della bellezza di un Paese che sembra averla dimenticata.

fonte:greenreport.it

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