“Più cultura statistica contro i sondaggi-fuffa”

Nell’universo di dati diffusi, è difficile individuare quelli elaborati in modo corretto e quelli che, invece, seguono procedure non controllabili, soprattutto in un’epoca in cui le statistiche vengono usate per influenzare il dibattito pubblico, come spiega a Linkiesta Enrico Giovannini, presidente dell’Istat.

Dati buoni, dati cattivi. La differenza sta nelle metodologie con cui vengono creati, attraverso ricerche più o meno serie. Come spiega Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, «al giorno d’oggi i dati contano sempre di più, ed è fondamentale che siano fatti secondo processi trasparenti», seguendo metodi sicuri e adottando una comunicazione attenta affinché vengano usati in modo corretto. Non tutti lo fanno. E la conseguenza è che si creano titoli urlati, la confusione cresce e diventa più difficile prendere le migliori decisioni.

Professor Giovannini, occorre conoscere per decidere, come ha detto. Ci sono troppi dati in giro?

No, non troppi. Ce ne sono tanti, quello sì. Del resto, è un bene. Le esigenze informative sono cresciute tantissimo e i dati devono rispondere a questa domanda. Il problema è un altro, cioè il fatto che i dati diffusi non hanno la stessa qualità. Sono disomogenei e non tutti hanno lo stesso grado di affidabilità. E poi chi li usa non ha sempre tutti gli strumenti per comprenderli appieno. Si confondono sondaggi con ricerche, e rilevazioni con previsioni. Insomma, il problema nasce qui.

E le cause?

Da un lato c’è una scarsa cultura statistica in Italia e son solo tra i cittadini, ma anche tra i giornalisti. E poi c’è un’assenza di obblighi chiari per chi produce i dati, di documentare i metodi adottati. Anche se nel pubblico non è così.

Ci mancherebbe.

Certo, e non parlo solo per l’Istat, ma per tutti gli organismi pubblici che rendono note ricerche e statistiche. C’è una asimmetria tra chi segue standard precisi e rigorosi che vengono resi noti – e ripeto, è giusto che sia così, perché l’informazione statistica deve servire tutta la società – e chi, invece, nel settore privato, è libero di fare quello che vuole. Senza obblighi e senza criteri precisi. Ecco, questo non va bene.

Ma che interesse c’è a pubblicare ricerche imprecise?

La richiesta o l’esigenza di analizzare fenomeni e campi particolari è molto ampia. Penso ad aziende che vorrebbero indagare il loro settore di azione, per esempio, cercando di analizzare i dati che li preoccupano di più, commissionando ricerche apposite. Una cosa giustissima. Ma il punto sta altrove.

Cioè?

A volte le ricerche sono anche un modo per creare interesse intorno a un particolare tema, o per orientare il dibattito e sostenere, addirittura, una posizione. I dati ormai sono un “must” e possono essere usati anche così. Penso, ad esempio, a Transparency International, che grazie alla diffusione delle sue ricerche ha creato un certo interesse intorno al problema della trasparenza nelle istituzioni, tema molto importante.

Per l’Istat, al contrario di altri, è diverso.

Certo. L’Istat ha un’area di attività già definita e si occupa di temi decisi sulla base di regolamenti europei, per il 70%. Definisce un piano di lavoro triennale per la definizione del quale viene anche sentita l’utenza, in particolare la Commissione Nazionale degli Utenti dell’Informazione Statistica che abbiamo creato di recente. A ciò va aggiunto che i rilasci delle informazioni vengono in gran parte annunciati con un anno di anticipo. Quello che differenzia la statistica pubblica sono anche le modalità di presentazione dei risultati.

Come avviene?

L’Istat preferisce non pubblicare comunicati stampa il sabato e la domenica in quanto vogliamo che, quando diffondiamo dati, i giornalisti possano partecipare ai briefing di presentazione, alle conferenze stampa e/o contattare l’ufficio stampa o i responsabili delle rilevazioni, cosa che nel weekend sarebbe più difficile assicurare. Ecco, questa è una cosa che, invece, altri, non fanno, o fanno al contrario, magari con successo mediatico, anche perché sono i giorni in cui le notizie sono poche e i giornalisti sono sempre molto felici di recepirle per riempire il giornale.

Ecco, nel suo discorso alla presentazione annuale del Mulino a Bologna, lei si è intrattenuto con i giornalisti e ha parlato anche di alcune associazioni che non sono attendibili.

Sì, quello che ho detto è riportato in modo fedele: ho parlato di centri meno affidabili, ma non ho fatto nomi.

Qui in realtà si parla della Cgia di Mestre, ad esempio.

Ripeto non ho fatto nomi. Piuttosto, ho notato che chi intende usare spazi informativi “liberi” sui media nel mondo di oggi può avere successo indipendentemente dalla qualità del dato. Oppure, come avviene negli ultimi mesi, ci sono agenzie di stampa che riprendono i dati già pubblicati dall’Istat, impacchettandoli e diffondendoli nel weekend, a volte con titoli “gridati”. I dati sono i nostri, ma la tempistica di “lancio” e i testi non sono decisi da noi: credo che tutto questo sia legittimo, anche se può dare l’impressione che l’Istat sottolinei certi temi piuttosto che altri.

Chiaro. E questo genera confusione.

Esatto.

E allora come ci si difende dai dati “gridati”?

Con la cultura statistica. Adesso la statistica si insegna alle elementari, ma poi non si studia più. Ecco, da qui si deve partire per inserirla anche nella scuola secondaria. Si deve incrementare la “statistical literacy” nella cittadinanza, e questo è sicuramente un bene. Per i giornali l’ideale sarebbe introdurre figure come lo statistics editor, con il compito di controllare e spiegare i contenuti e la portata dei dati statistici diffusi. E, soprattutto, capire se sono validi o no.

FONTE: linkiesta.it

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