Abiti contaminati: Zara si inchina a Greenpeace

Ancora una vittoria di Greenpeace che con la sua campagna contro l’uso di sostanze chimiche nei vestiti firmati ha strappato un’altra vittoria. Appena nove giorni dopo la pubblicazione del report Zara ci ripensa

Appena due settimane fa Greenpeace pubblicava il rapporto Toxic Threads: The Big Fashion Sticht Up da cui uscivano i risultati di un’indagine internazionale sulle sostanze chimiche presenti nei capi d’abbigliamento di 20 catene di moda famose nel mondo. Le sostanze incriminate avevano nomi poco conosciuti: alchilfenoli, gli ftalati e i nonilfenoli etossilati, ma possono alterare il sistema ormonale dell’uomo e, in alcuni casi, se rilasciate nell’ambiente, possono diventare cancerogene.
Le analisi sono state svolte su 141 capi d’abbigliamento, dei seguenti marchi risultati: ZARA, Benetton, Jack & Jones, Only, Vero Moda, Blažek, C & A, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H & M, Levi, Victoria ‘s Secret, Mango, Marks & Spencer, Metersbonwe, Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Vancl.

Appena dopo nove giorni dal lancio del rapporto internazionale è arrivata la risposta positiva del colosso della moda Zara, che insieme alla sua casa madre Indetex, ha firmato l’impegno per eliminare le sostanze chimiche pericolose dai prodotti lungo tutta la catena di fornitura entro il 2020. La campagna mediatica di Greenpeace, che in passato aveva già ottenuto la firma di alcuni importanti marchi tra cui H&M e M&S, ha funzionato anche stavolta. Inditex richiederà a 20 fornitori di rivelare i valori delle emissioni delle sostanze chimiche pericolose a partire da marzo, garantendo a coloro che vivono vicino alle fabbriche tessili il diritto a ricevere informazioni corrette sugli scarichi di sostanze pericolose nell’ambiente, tra cui quelle di coloranti azoici che liberano ammine cancerogene. Zara rafforzerà il processo di eliminazione degli alchilfenolestossilati dai prodotti e fisserà ulteriori scadenze a breve termine per l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose prioritarie, tra cui i perfluorocarburi (PFC).

Come sostiene l’associazione ambientalista se Zara, la più grande azienda della moda, può realizzare vestiti senza sostanze tossiche, non ci sono scuse per gli altri marchi che devono ripulire la loro catena di fornitura. I consumatori di tutto il mondo hanno fatto sentire la loro voce ed è ora per gli altri marchi di ascoltare i loro clienti e sbarazzarsi delle sostanze tossiche. L’impegno di Zara ad agire con più trasparenza è una pietra miliare nella produzione tessile  e sarà la chiave di volta per convincere gli altri marchi a impegnarsi verso l’azzeramento delle emissioni di sostanze pericolose entro il 2020. Essere fashion senza inquinare è possibile.

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