Il futuro climatico è ancora nelle nostre mani

Non è stata scritta ancora l’ultima parola. Qualsiasi cosa succeda o non succeda a Doha, in Qatar, dove si tiene la riunione della Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, ce la possiamo ancora fare a contenere l’aumento della temperatura media alla superficie della Terra entro i 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale. Tecnicamente potremmo persino riuscire a restare sotto la soglia degli 1,5 °C.

Dunque il futuro climatico del pianeta è ancora nelle nostre mani.

L’iniezione di fiducia – persino di ottimismo – viene dal Climate Action Tracker Update, un rapporto aggiornato sui cambiamenti del clima e sulle politiche di contrasto rilasciato lo scorso 30 novembre da un gruppo di esperti afferenti a tre centri indipendenti di ricerca europei: la Ecofys, che si occupa di energia e ha sede in numerosi paesi, il Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) e il Climate Analytics. Questi ultimi due hanno entrambi sede a Potsdam, in Germania.

Diciamo subito che non sono tanto i contenuti strettamente scientifici a costituire il maggior motivo di interesse del rapporto. Quando gli esperti che hanno redatto il Climate Action Tracker Update sostengono che siamo ancora in tempo a contenere l’aumento della temperatura entro i 2 °C alla fine di questo secolo – e persino entro gli 1,5 °C se azzerassimo le emissioni antropiche di gas serra entro il 2016 – non propongono risultati originali di ricerche autonome, ma si riferiscono a scenari già riportati e discussi nella letteratura scientifica internazionale. Anche quando sostengono che con una spesa inferiore all’1% del Prodotto interno loro mondiale, spalmata nel tempo, riusciremmo a mantenere la temperatura media del pianeta entro i 2 °C, gli esperti che hanno redatto il rapporto non propongono una novità. Questa analisi economica è nota da tempo.

Il motivo di gran lunga maggiore di interesse del rapporto è l’analisi delle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici che stanno facendo alcuni degli attori principali: Cina, USA, Unione Europea, Russia, India, Brasile, Indonesia, Giappone, Mexico, Canada, Corea del Sud, Australia e Sud Africa.

Alcune di queste politiche, anche quelle realizzate fuori dagli accordi e dal Protocollo di Kyoto, fanno ben sperare. Il rapporto ricorda che l’obiettivo dei 2 °C sta già influenzando le politiche di molti di questi attori. L’Unione Europea entro il 2020 abbatterà le emissioni almeno del 20% rispetto ai livelli di riferimento del 1990 ma è disponibile a valutare un taglio del 30%; il Giappone ha come obiettivo un taglio del 25%; Brasile, Indonesia e Sud Africa progettano tagli del 30%; il Messico tagli compresi tra il 20 e il 30%; l’Australia realizzerà una politica compatibile con una concentrazione massima di CO2 in atmosfera di 450 ppm (parti per milione) e la Corea del Sud si è già impegnata ad abbattere le sue emissioni del 30% e senza condizioni.

Per ciascun attore il rapporto valuta gli impegni già effettivamente presi, promuovendo India, Brasile, Indonesia, Giappone, Messico e Corea del Sud. Poi prende in esame gli obiettivi di lungo periodo che verosimilmente saranno raggiunti a breve: promuovendo in questo caso Unione Europea, Russia, India e Australia.

Ma che ne è dei due principali attori: Cina e Usa? Il rapporto vede un’azione positiva del grande paese asiatico. Se tutto procedesse in uno scenario business as usual, la Cina da sola nel 2020 potrebbe immettere in atmosfera 14,4 Gt (miliardi di tonnellate) equivalenti di CO2. Ma con gli sforzi che sta facendo per diminuire del 45% l’intensità energetica del suo sistema produttivo e, dunque, migliorarne l’efficienza nell’ambito dell’undicesimo Piano quinquennale (2066-2010), la Cina emetterà “solo” 11,7 Gt equivalenti di CO2. Con un ulteriore piccolo sforzo, sostiene il rapporto, peraltro in parte previsto nel dodicesimo Piano quinquennale in atto (2011-2015) e in parte da inserire nel tredicesimo Piano quinquennale (2016-2020), Pechino potrebbe contenere le emissioni annue di CO2 entro i 9,9 Gt a partire dal 2020. Un valore congruente con l’obiettivo generale di un aumento della temperatura del pianeta che non superi i 2 °C.

Restano gli Stati Uniti. Il rapporto ricorda che, sulla base degli impegni assunti finora dall’Amministrazione di Obama, entro il 2020 gli Usa limeranno del 3% le emissioni di gas serra rispetto al 1990. Una riduzione non compatibile con l’obiettivo generale dell’aumento contenuto nei 2 °C. Né, sulla base delle politiche finora messe a punto o annunciate, è prevedibile che la strategia di contrasto ai cambiamenti climatici degli Stati Uniti centri l’obiettivo in futuro. C’è bisogno di uno scatto. Obama, al suo secondo mandato ha le carte in regola per realizzarlo.

Di qui un ottimismo di fondo. Ci sono ancora le condizioni per costruire un futuro climatico se non proprio desiderabile, almeno non catastrofico.

greenreport.it

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