Il governo dei ‘professori’ lascia affondare l’università pubblica

Una buona cultura può essere una compagna di viaggio ricca di opportunità ma scomoda, nella vita: dipende dall’ambiente in cui ti trovi. Ne sanno qualcosa gli ebrei, ad esempio, almeno secondo la tesi degli economisti Maristella Botticini e Zvi Eckstein, freschi autore del volume I pochi eletti, edito dalla Bocconi. Intervistata da la Repubblica, Botticini risponde che in seguito al 70 d.c., per gli ebrei, «viene introdotta l’imposizione ai genitori di istruire i figli. Una norma religiosa unica nel mondo agrario del I millennio, un precetto non immediatamente implementato, ma poi osservato: e, se sei capace di leggere, il passo verso la scrittura, la matematica, verso altri saperi, altre professioni non legate all’agricoltura e più redditizie, all’artigianato e al commercio, ad altre lingue, altri popoli, è breve. Una volta che dopo il VII secolo nacque il grande impero musulmano col suo impulso ai commerci, all’urbanizzazione, gli ebrei furono coloro che ne colsero maggiormente le opportunità».

La cultura degli ebrei fu dunque una grande opportunità da esercitare per poter maturare un vantaggio, ed arricchirsi. Ma nel corso dei secoli questa loro ricchezza contribuì a fomentare l’ira dei non ebrei verso il diverso, con le tragiche conseguenze che si sono ripetute più volte nella lunga storia occidentale. Ma non siamo qui per approfondire la storia ebraica: resta però la conclusione della Botticini, che nonostante tutto afferma come «investire in istruzione è una leva potente, unica».

Se lo era già nell’economia del 70 d.c., figurarsi nella nostra, ribattezzata e non a caso l’economia della conoscenza. Un’economia e una società sempre più vasta, globale, interconnessa. In definitiva, complessa. Come estremamente complesse sono le sfide che l’obiettivo della sostenibilità economica, sociale ed ecologica ci pone di fronte. Promuovere la compatibilità di un’economia aperta con la società e l’ambiente che la nutrono e sostengono non è un gioco da ragazzi. La consapevolezza necessaria a questo processo non può che passare, per definizione, dal vettore della cultura.

In Italia, è noto, sotto questo punto di vista non possiamo affatto cullarci sugli allori (purtroppo). Studi sull’analfabetismo funzionale parlano di un «5% di popolazione che pur avendo frequentato la scuola presenta fenomeni gravi di regressione culturale al limite dell’analfabetismo, e una massa, circa il 70% della popolazione, che ha competenze estremamente limitate». Un problema che potremmo definire ormai storico, e che sarebbe quanto mai urgente affrontare non domani, ma già oggi. Eppure, questo rimane sempre un problema residuale. Attorno ai nodi che si stanno stringendo al collo della legge di Stabilità – l’ultimo atto di un governo dei “tecnici” (di più, di professori universitari) che non ha certo portato grande sollievo al nostrano mondo della cultura, anzi – uno dei più critici rimane quello delle università.

Secondo il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, mancano ancora all’appello «300 milioni di euro. Rispetto ai 400 milioni necessari per il funzionamento e la tenuta complessiva del sistema universitario italiano, la disponibilità dimostrata ad oggi è di soli 100 milioni». Poco più che noccioline, per uno Stato: «I 100 milioni sono assolutamente insufficienti e finiranno con il mandare in default più della metà degli atenei, che non potranno così fare fronte alle spese per il funzionamento».

Nel frattempo, il persistere di simili atteggiamenti da parte delle istituzioni non fa che diffondere anche una motivata sfiducia negli stessi studenti. Come messo in evidenza dall’annuario statistico dell’Istat: non solo diminuiscono le iscrizioni alle università (le matricole nell’anno accademico 2010-2011 sono circa 288.000, 6.400 in meno rispetto all’anno: il numero di nuove iscrizioni è inferiore a quello rilevato alla fine degli anni ’90), ma anche alle superiori. Per il terzo anno consecutivo, infatti, a scendere sono anche gli iscritti alle secondarie di secondo grado: -24.145 unità. E oltre 1 milioni di disoccupati ha un’età inferiore ai 35 anni.

Di fronte a questi dati non domandiamoci perché mai la società della conoscenza ci stia voltando le spalle, ma per quale assurdo motivo continuiamo noi a girare le spalle al nostro futuro.

greenreport.it

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