Cibi fuori stagione: quali sono quelli assolutamente da evitare in inverno

Per condurre una vita green, rispettosa dell’ambiente circostante e della salute umana, è importante partire dalle piccole cose. Un esempio è quello di modificare la vostra dieta al fine di renderla più ecosostenibile e di ridurre il vostro impatto ambientale. Come si fa? Potete iniziare dalla messa al bando di tutti gli alimenti che sono fuori stagione.

Avere uno stile di vita ecoresponsabile è un dovere di tutti gli abitanti della Terra. In passato, quando le grandi catene di supermercati non avevano ancora invaso l’Italia e si conduceva una vita che seguiva i ritmi della natura, le cose andavano decisamente meglio. Non a caso l’inquinamento ed i problemi ambientali sono una caratteristica della modernità!

La Coldiretti ha pubblicato un report decisamente allarmante, con il quale ha voluto avvertire i consumatori del fatto che, nell’ultimo decennio, si è registrato un aumento esponenziale dell’importazione di frutta e verdura fuori stagione dai Paesi del Sud America, dell’Africa e dell’Asia. Ma a che scopo?

In inverno in Italia abbiamo una produzione di ortaggi e frutti di stagione da fare invidia a qualsiasi altro Paese del mondo. Si tratta di alimenti genuini, freschi e maturi al punto giusto. Mele, pere, arance, mandarini, uva, cavolfiori, verze, broccoli e chi più ne ha più ne metta: tutti questi cibi sono disponibili nelle nostre campagne durante tutta la stagione fredda e ci garantiscono l’apporto ottimale di tutti i nutrienti necessari a superare l’inverno in salute.

Eppure, contro ogni logica, la richiesta anche in inverno di albicocche, pesche, more, ciliegie, meloni, asparagi e fagiolini è elevata. La risposta della grande distribuzione a questa alta domanda di frutta e verdura fuori stagione è, come è facile immaginare, l’importazione di ogni genere di prodotto dai Paesi dove il clima ne consente la coltura.

Il risultato è una crescita delle importazioni di more dal Messico pari al 6.100 per cento, dei mirtilli dall’Argentina pari al 560 per cento e delle ciliegie dal Cile pari al 122 per cento.

Chi acquista questi prodotti spesso non è a conoscenza del fatto che, per arrivare in buone condizioni in Italia dopo viaggi di migliaia di chilometri, essi vengono raccolti quando la maturazione non è ancora completa. Il sapore e la consistenza sono, quindi, peggiori.

Inoltre il loro trasporto ha un costo elevatissimo a livello ambientale, con dispersione dell’atmosfera di gas inquinanti che aumentano esponenzialmente l’effetto serra e il surriscaldamento globale.

Un kg di Albicocche dall’Australia, per esempio, viaggia per 16.015 chilometri, disperdendo nell’atmosfera 29,3 kg di CO2 e bruciando 9,4 kg di petrolio. Gli Asparagi dal Perù viaggiano per 7.018 chilometri, producendo 12,6 kg di CO2 e bruciando 4 kg di petrolio. Ne vale davvero la pena?!

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