LA CARITA’ OPACA

In Italia il terzo settore fattura 67 milioni di Euro. Eppure, le Ong non sono tenute a rendere pubblici i bilanci né a dar conto ai donatori della destinazione dei fondi. Un giro d’affari ingente, che si alimenta delle emergenze, vere o amplificate, trascurando lo sviluppo

Bilanci poco chiari o difficilmente accessibili, concorrenza per ottenere i fondi, spesso impiegati più per il mantenimento delle organizzazioni che per scopi benefici, attività spesso dirette a “monetizzare” l’emergenza, piuttosto che puntare sullo sviluppo. Chiaroscuri del mondo della beneficenza e del terzo settore, che emergono dal saggio inchiesta “L’industria della carità” (Chiarelettere) realizzato dalla giornalista Valentina Furlanetto. Le abbiamo rivolto alcune domande.

Dalla sua inchiesta emerge che beneficenza non è spesso sinonimo di trasparenza. Può spiegarci perché?

Innanzitutto, perché in Italia non è affatto scontato, né obbligatorio, che i bilanci di Ong e Onlus siano pubblici e pubblicati sui siti internet di queste associazioni, e questo è già un problema di per sé, perché negli altri paesi occidentali, in Germania, Francia, Stati Uniti, esiste una legge che obbliga le associazioni a pubblicare i bilanci, quindi ogni donatore può controllare sul sito internet o anche dai documenti cartacei, il rendiconto di quello che è stato fatto dall’associazione, dove sono andati a finire i soldi.

Questo possibilità non esiste per chi dona in Italia, quindi ogni volta che stacchiamo un assegno e lo mandiamo a una associazione noi non siamo sicuri di dove vada a finire, non sempre i bilanci sono a disposizione, a volte non sono bilanci economici ma solo sociali, e ricordiamoci che pure Parmalat aveva pubblicato poco prima del crack un bilancio sociale. I bilanci sociali di fatto sono delle chiacchiere sulle buone intenzioni di una associazione, di un’azienda, ma che vogliono dire molto poco dal punto di vista economico, quindi non consentono di verificare quanti soldi giungono effettivamente a destinazione.

Qual è il giro d’affari che gravita attorno al mondo della carità? Da dove vengono i fondi delle Ong e come vengono spesi?

Il giro di affari è molto importante, sia a livello mondiale sia sempre più anche in Europa e in Italia. Pensiamo solo che il mondo delle ONG, associazioni non governative, Onlus, insomma tutto il mondo che ruota intorno alla beneficienza, al terzo settore nel mondo, vale 400 miliardi di dollari, un po’ come 6 volte Eni a Piazza Affari. Sono 50 mila le ONG nel mondo, che ricevono ogni anno 10 miliardi di finanziamenti, in Italia i numeri ovviamente sono più piccoli, però sono cresciute esponenzialmente le ONG, sia come numero che come volume: il terzo settore in Italia fattura 67 milioni di Euro, quanto il settore della moda, rappresenta il 4,3 per cento del Pil italiano, quindi è molto consistente.

I fondi vengono da entità statali, che possono essere la comunità europea, o anche gli stati, le regioni e anche dai privati.

Le ONG e le Onlus infatti raccolgono fondi sempre più anche dai privati, sia come raccolta fondi per strada che come sottoscrizione, come lasciti testamentari.

Dove vanno a finire questi fondi? Questo è interessante, loro dovrebbero rendicontare tutte le spese, ma non sempre lo fanno: di solito ai beneficiari dovrebbe andare l’80% di quello che viene raccolto, questa secondo me è una buona prassi, considerata tale internazionalmente, mentre il 20 per cento dovrebbe servire al mantenimento della struttura, per gli stipendi e quant’altro.

In realtà, in molti casi che io nell’Industria della carità indago, succede che questo venti per cento venga ampiamente superato e che quindi i soldi spesi per gli affitti, le Jeep, gli stipendi, la pubblicità, il marketing arrivino al 30, 40, 50 per cento, e questo è un problema.

Perché spesso si preferisce lavorare sull’emergenza, piuttosto che sullo sviluppo?

Perché, banalmente, l’emergenza paga di più. Quando c’è una situazione di emergenza, che sia legata a uno tsunami, a un disastro naturale, un terremoto, una guerra, le persone si mobilitano, il faro dell’informazione, e qui noi della stampa dobbiamo fare mea culpa, è puntato verso queste situazioni di difficoltà. Quindi le associazioni negli anni hanno imparato che questo meccanismo paga di più, dove c’è una emergenza arrivano i fari, le telecamere, i quaderni dei giornalisti, i lettori, e quindi i donatori, si mobilitano di più e mandano più fondi, quindi creare emergenza e anche amplificare le emergenze paga, rende di più. Di contro, situazioni in cui bisogna creare sviluppo, ma non ci sono delle emergenze vere e proprie, restano nel cono d’ombra dei media, e questo genera a volte dei paradossi per cui le associazioni (e di seguito i media) sono portate a semplificare situazioni in realtà più complesse e articolate, ingigantendo solo alcuni aspetti per cercare di attirare più soldi. E’ quanto successo, ad esempio, nel Sahel l’anno scorso: si è parlato di siccità e carestia, trascurando il fatto che in quel territorio ci fosse anche una situazione di conflitto irrisolto e problemi legati alla coltivazione dei cereali per bio combustibili.

E però così va a finire che non arrivano i soldi dove c’è più bisogno, ma dove è acceso il faro dell’informazione, dove c’è una emergenza amplificata.

Ci sono esempi virtuosi, che si distinguono positivamente in questo scenario?

Ci sono sicuramente. Uno degli errori che fanno i donatori e anche gli spettatori, la società civile, è quello di considerare l’universo terzo settore come un universo coeso, in cui tutti si comportano alla stessa maniera, tutti sono uguali.

In realtà come in tutti i settori c’è di tutto, c’è chi pubblica il bilancio e chi no, chi nel bilancio fa vedere chiaramente dai numeri che distribuisce l’80% – 90% alle persone che si vogliono aiutare e chi invece questa percentuale la tiene molto più ridotta, in questo senso per esempio le associazioni internazionali garantiscono quasi sempre la pubblicazione del bilancio, mentre per le associazioni italiane c’è molto più dilettantismo, è molto più difficile trovare questi conti e verificarli.

D’altra parte però le associazioni internazionali sono più propense a spendere per marketing e pubblicità. Uno degli esempi positivi, per quanto attiene ai bilanci, è il Cesvi perché nel bilancio è tutto chiaro, trasparente, fanno un grande sforzo di semplificazione, ma anche una pubblicazione esaustiva dei loro conti, ma ci sono anche altri esempi.

Per quanto riguarda i comportamenti in generale, mi viene da citare in positivo Medici senza frontiere, che quando raggiunse la somma necessaria a coprire l’emergenza per lo tsunami chiese esplicitamente ai donatori di smettere di donare e propose che i soldi in più che aveva ricevuto fossero destinati ad altre emergenze.

Questa è una prassi non consolidata, di solito le associazioni fanno finta di niente, continuano a raccogliere i soldi in più che non servono per quella emergenza, li tengono in cassa e le usano per altre situazioni, il che non è sbagliato di per sé, ma il donatore deve sempre sapere dove finiscono i soldi.

In quel caso Medici senza frontiere fece una mossa che fece abbastanza arrabbiare le altre associazioni, proprio perché non era codificata nella loro prassi.

È stata una mossa etica, importante, che ha dimostrato che si può rendicontare sempre quello che si fa e anzi è necessario farlo, e se si superano le donazioni non si mettono in cassa, ma si chiede al donatore che cosa farne.

È accaduto, per esempio, nel caso di Haiti, che un consorzio di Ong, Agire, e una Ong stessa, Vis, abbiano avuto soldi in più per le donazioni, 6 milioni di Euro, e invece di utilizzarle per altre situazioni di emergenza o chiedere ai donatori se volevano indietro i soldi, come aveva fatto Medici senza Frontiere, abbiano deciso di investirle in obbligazioni di Barclay’s, affidandosi a un intermediatore finanziario, Dino Pasta, che di fatto li ha truffati, rubando loro i soldi senza effettuare gli investimenti.

Questa persona è tuttora in carcere in attesa del processo e chiaramente le Ong in questo sono vittime, sono state truffate, ma c’è da dire che solo in questo modo, attraverso questo scandalo, i donatori sono venuti a sapere che questi soldi non erano stati mandati alla popolazione di Haiti.

Il solo fatto di avere investito o di avere immaginato di investire in obbligazioni invece che aiutare la popolazione di Haiti è già di per se un comportamento scorretto.

Cadoinpiedi

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