La guerra in Mali, Sankara e l’uccisione della felicità

Come scrive Cecilia Strada, una che di Africa ne sa molto, il documentario “Sankara… e quel giorno uccisero la felicita” trasmesso da “C’era una volta” su Rai 3 il 18 gennaio (e che potete vedere nel video qui sotto), «E’ una delle cose più belle che abbia visto alla tivù italiana negli ultimi dieci anni. La storia di Sankara e di come ha trasformato il Burkina Faso è la storia di come avrebbe potuto (e potrebbe essere) l’Africa. Fece la più grande campagna vaccinale mai vista, diede cinque litri d’acqua e due pasti al giorno a tutti i cittadini, combatté la corruzione, vendette tutte le Mercedes per dichiarare la Renault 5 auto di Stato. Spiegò molto bene al mondo e all’Onu il modo in cui il debito (la nuova forma di colonialismo) stava strangolando l’Africa. Disse che “la felicità”, e non altro, doveva essere l’obiettivo di uno Stato. Dopo la sua morte, il Burkina Faso è ripiombato nella povertà. Un grazie particolare a Francia e Stati Uniti per avere appoggiato il colpo di stato che l’ha fatto fuori».2013_01_21_16_27_08

Come spiega il regista Silvestro Montanaro «25 anni fa un piccolo uomo dalla pelle nera sfidò i potenti del mondo. Disse che la politica aveva senso solo se lavorava per la felicità dei popoli. Affermò con il proprio esempio personale, che la politica era servizio, non potere o arricchimento personale. Sostenne le ragioni degli ultimi, dei diversi e delle donne. Denunciò lo strapotere criminale della grande finanza. Irrise le regole di un mondo fondato su di una competitività che punisce sempre gli umili e chi lavora. E che arricchisce sempre i burattinai di questa stupida arena. Urlò che il mondo era per le donne e per gli uomini, tutte le donne e tutti gli uomini e che non era giusto che tanti, troppi potessero solo guardare la vita di pochi e tentar di sopravvivere. Lo uccisero e tentarono di cancellarne ogni memoria. Ma Sankara vive!».

Forse in Africa Sankara è più amato di Nelson Mandela. È la speranza di quel che poteva essere, è il rimpianto di quel che non è stato. La sua povera tomba continuamente vandalizzata è il simbolo del tradimento, degli sbagli del vecchio e nuovo colonialismo che hanno spazzato via uomini come Lumumba e Sankara per lasciare spazio ai fedeli golpisti cleptomani che hanno continuato a svendere le risorse e le braccia dei loro Paesi ed hanno aperto le porte alla miseria ed alla disperazione, alla dittatura ed all’ingiustizia, che hanno spianato la strada ai predoni della guerra infinita della Repubblica democratica del Congo ed agli integralisti islamici e ad Al-Qaida au Maghreb islamique (Amqi) che hanno seminato morte e terrore nell’impianto algerino della Bp di Tiguentourine ad Amenas e che marciavano su Bamako dopo aver conquistato mezzo Mali e dichiarato un califfato islamico che volevano estendere in tutto il Sahel.

Chi scrive non ha nessuna simpatia per la guerra francese, in Mali ed altrove, ma stavolta François Hollande aveva davvero poca scelta: è dovuto intervenire per fermare gli islamisti (invisi alla popolazione maliana, non dimentichiamolo) che armati con le scorte rubate nella guerra libica e grazie ai proventi del traffico di droga e dei munifici finanziamenti del waabismo saudita stavano trasformando il più fragile e povero Stato africano in una roccaforte del fascismo islamico che aveva già eliminato ogni libertà civile e di pensiero nell’Azawad “liberato” dai tuaregh e conquistato facilmente da movimenti di tagliagole jihadisti come Ansar al Din e il Mujao.

E’ vero, la Francia non è intervenuta solo per fermare un’altra inarrestabile marcia nazista che, invece che sulle verdi pianure polacche, si stava svolgendo nelle savane riarse del Mali; è vero, di mezzo ci sono anche gas, petrolio, manganese, ci sono le materie prime preziose che la povera Africa pompa nelle vene del ricco Occidente; c’è evidente in trasparenza il volto sfigurato del neocolonialismo e quello paternalisticamente feroce di Françafrique… Ma è anche vero che in Mali (come nella Repubblica Centrafricana solo pochi giorni fa) l’intervento dei francesi è stato chiesto a gran voce proprio dalla popolazione terrorizzata dall’arrivo dei “talebani” arabo/tuareg/africani, un popolo che ora sventola grato il tricolore blu, bianco e rosso perché non voleva aggiungere alla sua miseria la perdita di quei pochi diritti civili e della libertà faticosamente assaporata tra un golpe e l’altro.

E’ anche vero che Hollande ha aspettato fino all’ultimo per intervenire e che è stato costretto a farlo dalla politica dei continui rinvii, dall’armiamoci e partite dei governi della Communauté économique des Etats d’Afrique de l’Ouest (Cedeao) in gran parte retti da uomini impresentabili come Blaise Compaoré, il fraterno amico di Thomas Sankara, il caino che lo assassinò su mandato di francesi, americani e del colonnello Gheddafi, che volevano eliminare la speranza della felicità per i burkinabe e per tutti i popoli africani. Proprio a questo traditore era stato affidato dalla Cedeapo il compito di mediare con gli islamisti del Mali…

A quell’immondo complotto che portò all’assassinio di Sankara, al quale partecipò Charles Taylor, un criminale fatto fuggire dalla Cia da una prigione statunitense, e che per questo fu aiutato nel golpe che tolse di torno lo scomodo presidente liberiano Samuel Doe e che consegnò quel Paese ad anni di insensata ferocia, all’ennesima guerra civile per procura per i diamanti e le altre risorse che sono la ricchezza che fugge e la maledizione che resta dell’Africa.

Sankara è stato ucciso perché era l’alternativa a tutto questo: la sua fiera rivendicazione dell’africanità era il contrario della furbizia e della fellonia dei leader della Cedao, la sua povertà e trasparenza era l’opposto del lusso e dello sfarzo delle élite africane, la sua povera casa di Ouagadougou è l’antitesi delle regge lussuose e delle ville a Parigi che i satrapi fedeli di Françafrique si sono costruiti con le tangenti occidentali della svendita dei loro Paesi.

Ma uccidere Sankara è stato probabilmente il più grave errore che ha fatto l’occidente dopo la decolonizzazione, non lasciando così nessuna alternativa tra i feroci dittatori militari “comunisti” alla Menghistu e la falsa democrazia e gli uomini forti delle cleptocrazie filo-occidentali. Dall’uccisione del sogno è spuntato il mostro dell’integralismo islamico senza misericordia, dall’assassinio di quest’uomo che voleva libertà per le donne ed istruzione per tutti è venuto fuori un Califfato che umilia le donne e che brucia libri ed abbatte luoghi santi. Al posto dell’uguaglianza praticata e (ri)nata un’Africa senza speranza.

Forse, se Sankara fosse vissuto, se Compaoré non lo avesse venduto per 30 denari, qualche abito firmato e la grata amicizia delle cancellerie occidentali (compresa quella del governo Monti che poche settimane fa lo ha accolto come ospite d’onore al Convegno sulla cooperazione internazionale), il tragico destino del Sahel sarebbe stato diverso e le idee di democrazia dal basso, di un popolo povero che si salva da solo e con la forza delle sue idee e delle sue donne, avrebbe impedito la diffusione del fascismo islamico.

Ma per quel poco che ne sappiamo di questo ammirevole uomo ucciso troppo giovane, per quel che ne sappiamo di questo strano militare pacifista, sappiamo anche che sapeva bene, da uomo di sinistra convinto quale era, chi erano i nemici del suo popolo: certamente l’imperialismo (parola ormai desueta) certamente la finanza internazionale che aveva individuato come pericolosissima con visionaria lucidità, ma ancora più certamente i reazionari africani, i Compaoré e i Taylor, ma anche le milizie integraliste di Al Qaeda e dei suoi alleati, l’altra faccia del fascismo e del colonialismo che vuole occupare ed annichilire anche la libera coscienza dell’Africa.

Se Thomas Sankara fosse ancora vivo siamo sicuri che sarebbe in prima fila a combattere contro le bandiere nere della Jihad islamica, nel nome della giustizia e della libertà delle sue amate donne, dell’umanità e del diritto alla felicità e al futuro dei giovani e dei bambini africani.

 

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