La manifattura italiana che vogliamo

Ha ragione da vendere Marco Fortis quando, sul Sole24Ore di oggi, afferma che ci sia da «augurarsi che nelle tante agende politiche trovino spazio due grandi pilastri sottovalutati dell’Italia che i suoi governi non riescono a valorizzare», ovvero «l’industria manifatturiera e la ricchezza delle famiglie».

In particolare vorremmo soffermarci sul primo “pilastro”, fiore all’occhiello del Paese che rappresenta ancora un punto di riferimento nel mondo e l’ancora di salvezza per un rilancio della nostra economia. Che per noi significa economia ecologia, sia chiaro, e a chiacchiere sembrerebbe anche per gli altri, ma non è così visto che “l’ambiente” dai media è ancora trattato come tema a sé da mettere a giorni alterni in prima pagina, quando è una bomba, e in ultima, quando non lo è.

Lo ribadiamo perché, se come dice sempre Fortis «Quel che ci fa difetto da anni è la crescita del mercato interno, letteralmente “collassato” negli ultimi mesi a causa delle (pur necessarie) politiche di rigore e delle loro conseguenze negative su occupazione, potere d’acquisto, propensione alla spesa privata, investimenti» e che «Oltre all’edilizia, che è quasi in agonia, vi sono settori portanti del made in Italy come l’abbigliamento, le calzature, il mobile ed altri che soffrono attualmente di cali dei consumi domestici da tempi di guerra, che possono significare una perdita irreversibile di aziende e posti di lavoro», non ci si può – seppure genericamente – limitare ad indicare come soluzioni al problema «incentivi (…) agli arredi equiparati nella deducibilità fiscale alle spese per le ristrutturazioni edilizie», «un piano per l’energia e un piano di riduzione del cuneo fiscale che assicuri una corsia di precedenza assoluta agli addetti dell’industria manifatturiera e alle loro buste paga».

Se è vero, infatti, che «i dipendenti dell’industria lo meritano perché, come dimostrano i successi sui mercati mondiali, sono proprio essi che oggi stanno tenendo in piedi il Paese e con uno stipendio un po’ più alto potrebbero anche riprendere a consumare un po’ di più», ormai dovrebbe essere lapalissiano che non è più solo un problema di quanto consumare, ma di che cosa.

La cieca ricerca della crescita ci ha portato esattamente dove siamo – ovvero più poveri e più depressi – riuscendo nell’impresa di far quasi collimare le idee di manager come quelli di global trends.com (fonte Sole di ieri) con quelle ultrambientaliste di Leonardo Boff (La manifattura italiana che vogliamo): entrambi indicano nella scarsità delle risorse uno dei guai serissimi nei prossimi 20-30 anni. Cause di guerre e conflitti futuri, che è possibile almeno tentare di evitare adottando politiche di riduzione e riutilizzo della materia esattamente come quelle per l’energia. E’ ovvio che si tratta di un problema globale, ma ogni singolo Stato deve dare il suo contributo.

Se quindi, come è giusto, si ritiene che sia arrivato il tempo di un nuovo piano industriale, bisogna che al suo interno vengano premiate quelle imprese manifatturiere realmente green nella produzione e nei prodotti. Oltretutto dentro un quadro certamente difficile da costruire ma necessario di riduzione dei consumi, almeno quelli superflui (e qui sappiamo quanto sia difficile scegliere, ma la crisi ci ha aiutato assai a capirlo).

La materia, quindi, che è il “pane” dell’economia, deve essere tutelata, incentivando il suo riutilizzo e soprattutto riducendone i flussi. Certo, ribadiamo che non può essere l’Italia a fare tutto questo da sola, ma può impostare la sua economia – proprio per darle il maggior slancio possibile – fasandola su scelte veramente green. Se è vero che non c’è sostenibilità se non c’è economia, perché senza di essa non c’è lavoro, bisognerà pur capire che o essa è ecologica o non è e non sarà. Anche in questo modo si può cominciare a riportare l’economia “con i piedi per terra” liberandola dalla prigionia impostale da quella finanziaria, sperando poi che a un livello ancor superiore – da quello europeo in su, per intenderci – si  riesca a combattere l’altra guerra epocale, ovvero quella contro la speculazione sulle materie prime mondiali che rischia più di tutto il resto di rendere la vita degli uomini sul pianeta un inferno, altro che crisi economica! Ma per ora fermiamoci qui…

Dall’insostenibilità sociale delle ricette neoliberiste e dalle drastiche cure che queste propongono se ne esce solo costruendo una nuova sostenibilità sociale che non può non essere anche ecologica e delle risorse, ma questo significa un cambiamento di paradigma che, se non è rivoluzionario, non può comunque essere né liberista né politicamente conservatore.

Finita l’effimera epoca dell’abbondanza, bisognerà lavorare per rendere attraente la nuova epoca della parsimoniosa condivisione delle risorse e quella del pianeta con gli altri esseri umani (e con le specie non umane).

greenreport.it

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie