Elezioni: tra finti esperti e casalinghe di Voghera, l’Italia è ancora una barca al vento per colpa nostra

La finanza sull’altalena ricorda drammaticamente all’Italia la corsa verso il precipizio del 2011, alla caduta di Berlusconi e all’arrivo di Monti premier. La paura si spande tra gli analisti finanziari: lo spread BTp-Bund (torna la parola che ci ha ossessionato per mesi) si impenna – adesso è a 328 – e Piazza Affari affonda (-4%). Cosa pensare? Jean-Paul Fitoussi, economista dell’università Luiss e dell’Institut d’estudes politiques de Paris, sull’Unità risponde: «Posso dirle la verità? Della Borsa non mi interessa nulla. I mercati vanno su e giù per motivi inspiegabili: perché piove o nevica, o perché esce il sole. Ma il problema non sta lì».

Siamo però lontani dalla presa di posizione di Berlusconi, che a dicembre definì lo spread «un imbroglio», mentre in realtà è un dato duro e rilevante: lo stesso che è riuscito a sradicarlo dallo scranno di presidente del Consiglio. Siamo davanti a un altro tipo di riflessioni: l’andamento della Borsa non appare certo, alla luce dei risultati elettorali, il problema di fondo del Bel Paese, ma tutt’al più un risultate. Gli italiani non possono, oggi, incolpare la speculazione internazionale o la volatilità dei mercati per l’andamento dello spread, quanto il proprio voto, democraticamente espresso.

Nel bene o nel male, torna dunque l’ingerenza dei mercati nei meccanismi della democrazia parlamentare, a sentenziare i propri giudizi. E si ripresenta l’eterno dilemma: posto come assoluto in una democrazia il valore del voto universale, quanto conta il parere degli esperti (in questo caso gli analisti economici) e quanto quello della “saggezza popolare”, che ha garantito il successo al Movimento5stelle e, inaspettatamente, al Popolo della libertà?

Da un dilemma simile provano a muovere le risposte due insospettabili economisti, Luigi Zingales (cofondatore di Fare per fermare il declino da cui poi si è dimesso dopo il “caso Giannino”) e Paola Sapienza, con uno studio pubblicato dalla Booth School of business dell’università di Chicago, dal titolo Esperti economici vs americani medi. Lo studio parte da un semplice presupposto, sintetizzato da Gustavo Piga, economista di Tor Vergata: «I programmi politici fatti da economisti non trovano sostegno tra la gente comune».Italy

Come sottolinea Piga, «Le opinioni su temi economici di noti economisti che insegnano nelle migliori scuole (di élite, così si legge sul lavoro dei due ricercatori) differiscono molto da quelle della gente comune: la percentuale media di accordo su un tema differisce addirittura del 35%. Il disaccordo è maggiore là dove maggiore è l’accordo tra economisti (secondo gli autori perché là dove la questione ha un’unica soluzione, come per un’equazione matematica, quella vale per tutti gli economisti mentre la gente comune risponderebbe… casualmente). Se alla gente comune si comunica come hanno risposto ad una domanda gli economisti, questa non cambia opinione. Anzi, se a questa si chiede “sono difficili da prevedere i prezzi delle azioni”, il 55% risponde sì, ma quando gli si dice che gli economisti alla stessa domanda rispondono di sì compatti, allora la gente comune dice “sì” … solo per il 42%. Ovvero, dimmi cosa dice un economista e crederò nel contrario. Tante ragioni per spiegare questi risultati, ma la più convincente secondo Sapienza e Zingales è la mancanza di fiducia della gente comune sulle assunzioni alla base dei ragionamenti degli economisti».

Dunque, che fare? Da una parte, i consigli esperti (in questo caso, degli economisti) – buoni o cattivi che siano – non sembrano ben accetti, anche politicamente, dalla “gente comune”. Come ha poi argomentato lo psicologo e premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, i cosiddetti esperti sono i primi a cadere nella trappola ribattezzata «illusione di abilità»: per quanto un esperto sia qualificato, se agisce in un contesto non prevedibile (e certamente l’economia mondiale, o i cambiamenti climatici, lo sono) le sue previsioni a lungo termine sono frequentemente sbagliate.

Dall’altra parte, è doveroso constatare in cosa consista la preparazione italiana della “gente comune”, ossia della maggioranza di noi. Secondo gli ultimi risultati dello studio All (Adult Literacy and Life Skills – Competenze alfabetiche funzionali e abilità per la vita) dell’Ocse, i ¾ della popolazione italiana studiata, sono suddivisi in un «5% di popolazione che pur avendo frequentato la scuola presenta fenomeni gravi di regressione culturale al limite dell’analfabetismo, e una massa, circa il 70% della popolazione, che ha competenze estremamente limitate».

Ancora una volta, dunque, il problema di fondo dell’Italia appare un problema culturale. Da una parte, lo Stivale sembra popolato da acritiche casalinghe di Voghera, dall’altro da intellettuali snob quanto fallaci, che non riescono a garantirsi il necessario sostegno politico alle proprie posizioni. Si tratta forse di un quadro grottesco e distorto del Paese, ma comunque uno specchio col quale confrontarsi.

Ancor prima che gli investimenti in cultura – cronicamente bassi in Italia, mentre in Norvegia, come scrive oggi la Repubblica, «l’1% del Pil è destinato alla pittura, alla musica e alla letteratura, e dal conteggio sono escluse università e scuola» – ci troviamo carenti della volontà di confrontarci insieme con una realtà coerente, intellettuali e casalinghe di Voghera. Il primo passo da compiere sarà dunque prendere coscienza della situazione data: nel mentre le grandi questioni del nostro tempo, dalla riduzione della disuguaglianza economica e culturale, alla riconversione ecologica dell’economia e la lotta ai cambiamenti climatici, sfumano in Italia in un eterno presente dal quale non riusciamo più di liberarci.

fonte:greenport.it

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