Gli italiani e le regole

Non è che gli italiani non rispettino le regole, semplicemente non le vogliono. Vorrebbero vivere in uno stato pre-civile di guerra di tutti contro tutti nella speranza che arrivi il proprio turno e si possa sfilare con un atto di destrezza il portafoglio al vicino. Sperano nel colpo di fortuna e nell’uso sapiente della propria furbizia. Solo che nell’assenza delle regole (e delle pene) sono i più furboni che si portano via il bottino.

Che il miglior governo che gli italiani si augurino sia un governo balneare, quello che durava appena pochi mesi e non decideva nulla, non lo dico io, ma il nostro Sire di Arcore che candidamente l’ha confessato. Questa declinazione della furbizia in tutti gli atti della vita sociale è antica e credo che sia nata contestualmente con gli italiani, nell’Italia mercantile dei Comuni e forse nel vero atto fondativo della Nazione: la Controriforma (non è un caso che il Grande Romanzo Nazionale, i “Promessi sposi”, sia ambientato proprio in quel periodo). Ma non voglio rifarne la storia. Troppo lungo. Dico solo che questa morale di base si converte implacabilmente in politica. C’è un momento in cui l’antropologia culturale di un popolo va al seggio elettorale, depone la scheda, e si esprime: vota. (E va da sé che solo la politica ostativa del tratto caratteriale nazionale può rintuzzare o modificare la spinta antropologica).

Segnalo almeno due casi di questa commedia (all’italiana) sociale: il rapporto con l’Europa e con Equitalia. Nel primo caso si dice e non si dice che si vorrebbe uscire dall’Europa, o meglio dall’Euro. Ma non lo si dice a chiare lettere perché neanche un aspirante premio Nobel come Brunetta potrebbe calcolare gli esiti ultimi di una simile scelta. Pertanto ci si limita ad accennarlo, aprendo fronti polemici di risentito nazionalismo con l’esosa Germania. Si sta insomma, anche a livello delle dichiarazioni, un po’ dentro e un po’ fuori un discorso netto e senza sfumature. Si ammicca. Rammento che il nostro Sire di Arcore da sempre tiene questo atteggiamento. Da quando è entrato in politica. Rammento che fece dimettere un ministro degli Esteri, Renato Ruggiero (chi se lo ricorda più?), proprio perché costui non tollerò questi ammiccamenti sulla questione Europa. Qual è il pensiero di fondo, sottaciuto in questo rapporto schizofrenico con l’Europa? Poter tornare alla lira e a quegli atti grandiosi di furbizia nazionale delle svalutazioni competitive. Che in termini di commedia sociale significano togliere la sedia di sotto a chi si sta sedendo e scoppiare in una risata incontenibile: “Te l’ho fatta, caro il mio tedesco!”

La questione di Equitalia risponde allo stesso impulso antropologico. Eludere il pagamento delle tasse fino alla fine e puntare il rancore sociale verso l’esattore piuttosto che verso l’evasore. Si intessono narrazioni, anch’esse fraudolente, sull’esosità dell’ente esattore: che venga ad apporti le ganasce o a sequestrarti la casa (la prima casa che è sacra, sacra!) perché non hai pagato una multa per infrazione al codice della strada, per esempio. Fatto assolutamente falso, ma tutto fa bordo. Da qui la proposta che riscuoterà un immediato successo di rendere impignorabile la prima casa, insperato salvacondotto per i furbi. E così all’infinito, allontanando fino alla estenuazione della nazione la resa dei conti. Che quando arriverà, perché arriverà, si rovescerà su di tutti, come è sempre successo.

fonte:linkiesta.it

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