La Shell rinuncia alle trivellazioni offshore nell’Artico

La multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell ha annunciato che sospenderà per tutto il 2013 le sue attività di trivellazione petrolifera offshore nei mari di Beaufort in Alaska e nel Mar Chukchi «Per preparare attrezzature e piani per una ripresa dell’attività in una fase successiva».

Marvin Odum, direttore Upstream Americas della Shell, cerca di mascherare il vero e proprio disastro tecnico ed economico della gigantesca compagnia petrolifera nell’Artico statunitense: «Abbiamo fatto progressi in Alaska, ma si tratta di un programma a lungo termine che stiamo perseguendo in modo sicuro e misurato. La decisione di prendere una pausa nel 2013 ci darà tempo per garantire la disponibilità di tutte le nostre attrezzature e delle persone che hanno seguito la stagione di perforazione nel 2012».

Nel comunicato che annuncia la moratoria di un anno la Shell non cita mai i continui incidenti ma sottolinea che «L’Alaska possiede importanti risorse energetiche. Allo stesso tempo, garantire l’accesso a tali risorse richiede competenze specifiche, tecnologia e una profonda conoscenza delle sensibilità ambientali e sociali uniche della regione. Shell è uno dei leader dell’industria che partecipa all’esplorazione offshore dell’Artico. La company continua a utilizzare la sua vasta esperienza negli ambienti artici e sub-artici per prepararsi per le attività di sicurezza in Alaska. Nel lungo periodo, l’Alaska rimane un settore ad alto potenziale per  Shell e la company si è impegnata a produrre di nuovo in futuro. Se l’esplorazione avrà successo, ci vorranno anni per sviluppare le risorse».

Nel 2012 la Shell completato la trivellazione “top-hole” di due pozzi nel Mare di Beaufort e nel Mare di Chukchi, segnando così il ritorno dell’industria petrolifera offshore nell’Artico dell’Alaska dopo più di un decennio. Nonostante le proteste di ambientalisti e comunità indigene e locali, la multinazionale dice che «Queste trivellazioni sono state completate in modo sicuro, senza feriti gravi ad impatto ambientale. Dopo che  la stagione di trivellazione si è conclusa, tuttavia, uno delle piattaforme di trivellazione della Shell, la Kulluk, è stata danneggiata in un incidente marittimo a causa di  brutte condizioni atmosferiche. La Kulluk e la seconda piattaforma di trivellazione, la Discoverer Noble, verranno rimorchiate  in località in Asia per la manutenzione e le riparazioni».

Odum, che sembra avere una discreta faccia di bronzo, sorvola sulle recenti condanne della compagnia petrolifera per l’inquinamento nel Delta del Niger ed assicura che «Shell resta impegnata nella realizzazione di un programma di esplorazione artica che dia fiducia agli stakeholders ed alle autorità di regolamentazione e soddisfi gli elevati standard che la società applica alle sue operazioni in tutto il mondo. Continuiamo a credere che un ritmo misurato e responsabile, soprattutto nella fase di esplorazione, si adatti meglio a questa area  remota».

Gli ambientalisti statunitensi sanno però che dietro questa prudente sicumera della Shell si nasconde la presa d’atto di un  anno di fallimenti e incidenti imbarazzanti. Il direttore esecutivo di Sierra Club, Michael Brune, ha sottolineato: «E’ incoraggiante che sia stata data una tregua all’incontaminato Artico americano e siamo felici che Shell abbia ormai ufficialmente riconosciuto che non possono tranquillamente trafficare nella regione artica. Ora, è il momento che l’amministrazione Obama riconosca la stessa cosa. Shell ha dato il via alla sua follia artica dichiarando che avrebbe preso tutte le misure possibili per garantire la sicurezza e quindi ha immediatamente cominciato a non farlo più e più volte. In soli 12 mesi, piattaforme Shell e navi hanno preso fuoco, si sono arenate, hanno perso il controllo e sono diventate oggetto di indagine penale. Ora si ritirano dall’Artico con la coda fra le gambe e trasportato le loro piattaforme rotte in Asia per ripararle. I loro migliori sforzi per forare in sicurezza nell’Artico sono stati una catastrofe che ci ha solo spinto sull’orlo del disastro. Se una delle compagnie più grandi e più ricche del mondo non può trivellare in sicurezza nell’Artico, vuol dire che non si può fare. L’amministrazione Obama dovrebbe dichiarare l’Artico off-limits per le pericolose  trivellazioni, annullare i permessi Shell e mettere immediatamente fine alle aste per le licenze, prima che ci si trovi di fronte ad un disastro ancora più grande».

Esulta anche Phil Radford, direttore esecutivo di  Greenpeace Usa: «Questa è la prima cosa fatta da Shell in Alaska: farla finita. La Shell doveva essere il meglio del meglio, ma la lunga lista di incidenti e quasi-disastri è una chiara indicazione che anche le “migliori” company non possono avere successo nella trivellazione dell’Artico. Il segretario Salazar e il presidente Obama hanno dato la possibilità di trivellare, ora la decisione responsabile è quella  di far diventare off-limits per sempre la trivellazione nell’Artico. Prendere l’iniziativa di risparmiare l’Artico dallo sfruttamento pericoloso non solo protegge il fragile ecosistema artico e le comunità che dipendono da esso, invierà un segnale forte alle altre nazioni che è ora di uscire dalla nostra dipendenza da combustibili fossili. Le trivellazioni nell’Artico ci spingono verso  il cambiamento climatico catastrofico, quindi devono finire ora. L’annuncio della Shell è una ammissione che i milioni di persone in tutto il mondo, avevano ragione a sollecitare Obama a tener fuori la compagnia dalla regione artica. Ora Obama deve ascoltare i 2,7 milioni di persone che hanno aderito a #SaveTheArctic e  rendere la trivellazione dell’Artico off-limits per sempre».

fonte:greenreport.it



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