Lo sviluppo insostenibile

L’efficacia dei mezzi di comunicazione di massa nel “condizionare” l’opinione pubblica è un dato di fatto: tale condizionamento (o formazione di consenso) può assumere forme differenti a seconda che l’oggetto sia un evento o uno stato mentale. Preparare l’opinione pubblica ad un evento significa prepararla alla guerra oppure alla restrizione delle libertà individuali oppure al cambio di moneta. In tutti i casi sarà un processo unidirezionale rivestito da un bene superiore: il bene della collettività. Preparare l’opinione pubblica ad uno stato mentale significa prepararla alla paura, alla sicurezza, oppure alla tranquillità. Evento e stato mentale corrono su binari paralleli, si completano e si giustificano vicendevolmente. Per la nostra sicurezza (stato mentale) facciamo le guerre (evento).

Le problematiche legate all’ambiente (inquinamento e surriscaldamento del pianeta, sfruttamento delle risorse naturali, deforestazione) sono affrontate dai media con un rigoroso taglia e cuci: ci si imbatte in tranquillizzatori che dibattono sulla questione ambientale senza mettere in discussione l’irreversibilità del sistema occidentale, ma capita pure di dover “ascoltare” il silenzio più assordante e l’indifferenza più totale. In questo senso, non considerare oggi le variabili del produttivismo, dell’industrializzazione, della meccanizzazione dell’esistenza umana significa porsi in maniera distorta di fronte alle tematiche ambientali. «Una vera politica ecologista – sostiene Alain de Benoist – va contro i postulati classici sui quali si sono fondati pressoché tutti i regimi che i paesi occidentali hanno conosciuto da due secoli a questa parte. L’ideologia della crescita è infatti stata comune tanto alle società capitalistiche quanto alle società comuniste o fasciste, tutte quante figlie della stessa modernità». Focalizzare e interiorizzare la sfida ecologica presuppone necessariamente il superamento dell’ideologia del progresso la quale «sottrae l’uomo ai determinismi “naturali” per sottometterlo al determinismo di una storia necessariamente orientata. Se l’uomo è davvero uomo solo in quanto recide ogni legame con la “natura” e con le tradizioni che un tempo governavano la sua vita sociale, se ne deduce che le società tradizionali, che non hanno ancora interiorizzato i “benefici” dello sradicamento, raccolgono solo uomini imperfetti. Detto chiaramente: dei sottouomini». (1)

Una tale presa di coscienza non è avvenuta a livello di pubblico, ma si è fermata ad uno stadio molto primitivo, quello che riguarda le élites del pensiero (siano esse comunità scientifiche o di opinione). In particolare, la politica italiana naviga a vista, amministra la quotidianità, non riflette su tematiche come queste per paura della trasversalità delle opinioni che metterebbe in discussione il teatrino dicotomico destra-sinistra. Più di un dubbio è dato di avanzare anche nei confronti dei “creatori” di opinione i quali si guardano bene dall’avanzare interrogativi nei confronti del paradigma liberale sul quale affonda le radici l’intero sistema politico occidentale.

Perché il pubblico non si preoccupa abbastanza delle condizioni di salute in cui versa il pianeta? Perché fa più paura il terrorismo internazionale piuttosto che il surriscaldamento della Terra? Lo stile di vita che conduciamo incide in maniera determinante nella formazione di un’opinione: è molto più pratico acquisire informazioni davanti alla televisione piuttosto che documentarsi su riviste specializzate, sui libri o cimentandosi in una ricerca su internet. La “fiducia comoda” che riserviamo al progresso o alle comunità scientifiche che hanno accesso ai media più importanti è causata dallo spirito dei tempi. Domina infatti il tanto rassicurante quanto implausibile ossimoro dello “sviluppo sostenibile”, sostenuto dagli stessi ambientalisti, concettualmente quantomeno “superficiali”. Il termine, coniato dal filosofo norvegese Arne Naess, in opposizione all’ecologia profonda, riassume in sé l’orientamento liberale tendente a fornire una visione della natura come oggetto per utilità superiori. L’ecologia superficiale presuppone «una semplice gestione dell’ambiente, e mira a conciliare preoccupazione ecologica e produttività in termini di redditività, senza rimettere in discussione le basi del sistema di produzione e di consumo dominante». (2) Il commercio di emissioni di gas a effetto serra previsto dai protocolli dei parossistici congressi internazionali sul clima, forniscono emblematica legalità al principio secondo cui chi inquina paga, ignorando qualunque concetto relativo alla limitatezza delle risorse: consumiamo oggi “quote” d’aria pulita destinata a chi verrà dopo di noi.

Chi inquina paga, poggia sulle stesse basi di chi rifiuta l’abbassamento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera in quanto non economico per le proprie imprese. La base comune è quella visione economicista e mercantile della vita umana e delle sue relazioni con la natura: a guidare le azioni dell’uomo non vi è infatti il miglioramento della qualità della vita, ma il profitto. Il commercio delle emissioni di gas serra si inserisce in questa logica, elevando il mercato a regolatore neutro della vita dell’uomo.

Il concetto di sviluppo fra Uomo e Natura

La questione dei cambiamenti climatici e del cambio di rotta nei rapporti fra Uomo e Natura, passa inevitabilmente attraverso una sensibilizzazione delle coscienza al problema. È necessario agire sulle cause piuttosto che sugli effetti, superando la visione dualistica soggetto-oggetto per innalzarsi fino alla qualità del vivere e dei rapporti.

Il mercato come regolatore dell’esistenza umana ci ha condotti alla mercificazione dell’esistente, dove tutto è monetizzabile, ha un prezzo, è vendibile. L’uomo moderno utilizza la griglia dualistica soggetto-oggetto per interpretare la realtà: di volta in volta l’oggetto cambia forma davanti agli occhi del soggetto. Anche le relazioni fra gli uomini, nelle società occidentali, sono condizionate da questa visione: l’altro da sé è sempre quantificabile in termini di prezzo, attraverso il tornaconto personale. In questa logica rientra la concezione meccanicistica del mondo che in Cartesio ha avuto il primo teorizzatore con il suo Discorso sul metodo, datato 1637. «Con Cartesio – osserverà Martin Heiddeger – comincia il compimento della metafisica occidentale. […] L’io diventa il soggetto insigne, in rapporto al quale le cose stesse diventano “oggetti”».

Si è affermata, nel mondo occidentale, la visione quantitativa della natura: l’ambiente è sempre più oggetto in sé, ma è anche oggetto delle tribune politiche o di opinione, nelle quali viene presentato come volano per l’economia. “L’ambiente? Una leva capace di rilanciare crescita e sviluppo”. L’uomo moderno ha deciso così, ignorando quel sistema complesso ma finito di risorse che è la natura, bisognosa di cicli più o meno lunghi per rigenerarsi: lo avevano capito le società tradizionali che armonizzarono con essa le proprie vite.

In termini economici, l’uscita dal concetto egemonico di “sviluppo” si pratica con la “riduzione di scala” e si declina con l’autosviluppo. L’approccio “decrescentista”, o di “post-crescita”, o ancora di “economia stazionaria” rimette in discussione le stesse teorie redistributive su cui si sono basate per buona pare del novecento la sete di giustizia sociale e conseguente critica al modello liberal-capitalista. Questo è un punto fondamentale per comprendere la definitiva inutilizzabilità dei concetti di “destra” e “sinistra”; per contribuire al mutamento politico e sociale richiesto da un mutamento profondo degli stili di vita della società dei consumi. Più si consuma, più si produce e l’utilità sociale generale non è che la somma algebrica dei singoli egoismi individuali; in questo passaggio da un’economia della produzione a un’economia dei consumi, non vi è differenza di sostanza sociale tra profitto individuale e redistribuzione sociale. Quando J.M. Keynes vorrà socializzare i profitti, declinerà i consumi di massa come principale volano per la domanda complessiva, teorizzando che «il consumo è l’unico scopo e fine di tutta l’attività economica». Da qui, la necessità sistemica di riprodurre artificialmente all’infinito la “scarsità economica”, attraverso bisogni illimitati e una conseguente psicologia incontinente dei desideri, di cui il liberalismo si fa garante istituzionale e ideologia sintetica della modernità realizzata, da “destra”, come da “sinistra”, in un sempre più palese gioco di potere.

Autosviluppo significa quindi modificare radicalmente la prospettiva su un diverso paradigma, che si poggi sulla “riduzione di scala” dei modi di produzione – a partire dalle corporation transnazionali – e sul “decentramento” della produzione alimentare, dei trasporti e dell’approvvigionamento energetico. Riduzione di scala e decentramento si realizzano solvendo la tecnocrazia amministrativa in partecipazione decisionale vincolata alla sussidiarietà. Caratteristica antieconomica degli apparati è di autosostenersi, a discapito dell’efficienza e dell’ambiente sociale e naturale in cui gli stessi operano: una dissipazione entropica analoga alle modalità di una tecnologia meccanicistica, che deve lasciare il posto a “tecnologie appropriate” e a una scienza del vivente in grado di coniugare conoscenza ed equilibri biologici nella coerenza elettrodinamica quantistica della natura. Solo una scienza riorientata da questa consapevolezza potrà sostenere le scelte etico-pratiche di una società olistica, sobria, autoregolata al minimo dei bisogni e dei consumi, in armonia con la ciclicità, stagionalità della natura.

Lo “sviluppismo” industriale è parallelo al fallimento di una democrazia procedurale che attraverso il parlamentarismo liberale è diventata esclusivamente rappresentativa, mentre in realtà non rappresenta più nessuno, tranne gli interessi oligarchici. Paul Valéry diceva acutamente che la politica risiede nell’arte di impedire alla gente di aver parte nelle faccende che la riguardano. La sovranità democratica non è la sovranità istituzionale, ma la sovranità popolare. La politica è oggi chiamata a rinascere partendo dalla base. Ciò implica la necessità di ricostituire la dimensione politica del sociale. La politica che parte dalla base implica la sovranità condivisa, la partecipazione, il principio di sussidiarietà, l’osmosi dei corpi intermedi e la sostanzialità delle libertà fondamentali, nell’equilibrio fra la deliberazione e la decisione. Tutto ciò è a dimensione locale. Il controllo democratico partecipativo del potere corrisponde comunitariamente ad un territorio condiviso dove, tra i singoli, i rapporti sono regolati da forme generali di giustizia distributiva ispirate al dono e alla reciprocità e, in ultima analisi, la sobrietà dello stile di vita rafforza la coesione del legame sociale.

Diversità e pluralità delle identità comunitarie contrastano l’unilateralismo, garantiscono l’esistenza delle culture e la convivenza dei Popoli contro la mercificazione e l’omogeneizzazione totalitaria dell’umanità.

Eduardo Zarelli

Note (1) Alain de Benoist, Alle radici della sfida ecologica in Le sfide della postmodernità, Arianna Editrice, p.211 (2) Alain de Benoist, Le due ecologie in Le sfide della postmodernità, Arianna Editrice, p. 235

fonte:insorgente.com

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