M’illumino di meno, finita la festa si riaccendono le luci su una triste realtà

Qualche giorno fa ho prelevato dei soldi da uno sportello bancomat. Prima di ricevere il denaro, una schermata mi ha ricordato che anche quella banca aderiva all’iniziativa “M’illumino di meno”. Subito mi sono chiesta in che senso un istituto di credito possa aderire a un’iniziativa di tal genere, quando buona parte del portfolio di investimenti di chi opera nel settore è collocato proprio in futures legati al petrolio e alle sue variazioni di prezzo, così come in fondi di private equity e di altro genere che fanno utili speculativi nel comparto petrolifero e nelle grandi infrastrutture annesse.

La risposta, alquanto scontata, è che le banche fungono da sponsor, come nel caso dell’Eni (con due banner ben visibili sul sito dell’iniziativa, ndr) e finanziano la campagna pubblicitaria in corso per questa nobile iniziativa, ricordando in maniera velata che in qualche modo ne sono parte. E che quindi anche loro “tengono all’ambiente”. Eh, certo. Ridurre i consumi, migliorare l’efficienza energetica, investire nelle energie rinnovabili. Un’agenda che trova tutti d’accordo, governi, finanza, grandi compagnie, le quali sono già riuscite a riportarla al business as usual, lasciando a noi il pensiero che se un’azienda aderisce a eventi come questo, comunque “a qualcosa servirà”.

Nei giorni di “M’illumino di meno” è caduto l’anniversario del conflitto in Iraq (il 15 febbraio), ribattezzata da molti la guerra del petrolio. Una delle tante, sanguinarie esperienze “di intervento umanitario” che hanno visto un coinvolgimento diretto del nostro governo e della nostra grande azienda di stato, per l’appunto l’Eni, in una guerra che non ha portato “democrazia” nel paese, ma solo l’illusione della sua promessa. Come spiega l’attivista inglese Greg Muttit nel suo libro di inchiesta Fuel on the fire, il conflitto in Iraq è però servito a garantire concessioni petrolifere alle multinazionali del petrolio che stavano dietro ai governi intervenuti per “liberare” il paese dalla dittatura e per garantire che ben poco cambiasse realmente. Un “effetto collaterale” della guerra è stato infatti sostituire la vecchia dittatura con una nuova forma di autoritarismo, più moderno e asservito ai mercati del petrolio e della finanza, compiacente agli interessi europei e statunitensi e “calmierata” dall’intervento “di sviluppo” della stessa Banca Mondiale. Oggi, i lavoratori irakeni non hanno uno statuto del lavoro né la libertà di associazione sindacale, come non li avevano dieci anni fa.

Quante delle aziende che hanno aderito a “M’illumino di meno” hanno contribuito alla distruzione delle reti sociali che si stavano formando nell’Iraq del pre-guerra? Quante di queste aziende potrebbero essere utili al profondo cambiamento nei modelli di produzione, consumo, organizzazione della società necessari nell’Europa in crisi del 2013, interventi trasformativi che vadano ben oltre una serata al lume di candela? Quanto le relazioni di potere definite attorno a petrolio e finanza sono un limite reale a un qualsiasi processo di trasformazione profonda della nostra società?

Violazioni dei diritti umani, povertà e violazioni ambientali continuano anche adesso che le luci nelle case delle famiglie italiane si sono riaccese. L’Eni andrà avanti nell’estrazione di petrolio e gas in Iraq, in Nigeria, in Libia, in Kazakistan e in più di 50 altri paesi. E noi ad alimentare un modello finanziarizzato e organizzato per continuare ad estrarre ricchezza dai più per concentrarla nelle mani di pochi, grandi attori privati e finanziari.

Oggi tutto cambia perché nulla cambi. A meno che riaccendendo le luci non decidiamo di organizzarci per capire quale tipo di società desideriamo costruire per noi e per le generazioni future, e quali interventi realmente trasformativi delle relazioni economico-produttive possiamo iniziare a realizzare, come e con chi.

fonte:greenreport.it

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