Podere al popolo!

Il progetto Accesso alla terra nasce come strumento per aiutare i giovani aspiranti contadini a iniziare la propria attività, con l’obiettivo di salvare il paesaggio rurale dalla speculazione. Basandosi sulla modalità dell’azionariato popolare, i finanziatori versano delle quote per l’acquisto collettivo di terreni, che vengono dati in gestione in affitto calmierato ai contadini, i quali si impegnano a gestirli secondo i principi dell’agricoltura biologica.

L’esperimento nasce sulla scia di quello praticato in Francia da Terre de liens (terre di legami), associazione nata nel 2007 che è riuscita, a oggi, a raccogliere 22 milioni di euro, permettendo la nascita di 90 aziende. «Terre de Liens ha messo in discussione il concetto di proprietà rivata della terra» ci spiega Giulia, una produttrice che fa parte del progetto «promuovendone invece il diritto di uso secondo principi prestabiliti che rimarranno invariati er sempre, anche in vista delle future generazioni che vi si insedieranno».

Il presidio del territorio

L’agricoltura contadina su piccola scala, che il progetto vuole promuovere, con scarso impiego di macchinari, abbondante manodopera e metodi di coltivazione rispettosi dell’ambiente, investe chi la pratica di un fondamentale ruolo di presidio sul territorio, fungendo da deterrente contro la sottrazione di suolo fertile e garantendo la nostra sovranità alimentare, cioè la possibilità di procurarci alimenti sani senza dover dipendere da altri paesi.

«Alla base del nostro progetto c’è l’idea di un’assunzione di responsabilità sul territorio» ci dice Roberta, produttrice e promotrice di Accesso alla terra. «Finanziando le piccole aziende contadine contribuiamo a disegnare il paesaggio, scegliendo le realtà che vogliamo ne facciano parte, perché siamo convinti che il territorio sia anche un tessuto di relazioni con i consumatori, con la città e con tutta la società locale».podere-293x300

Il gruppo è infatti formato non solo da aspiranti contadini, ma anche da tante persone che, a prescindere dal loro impiego, sono coscienti che una buona gestione della terra non riguardi solo chi la lavora, ma tutta la comunità che ne fa parte. Il progetto prende forma all’interno della rete nazionale di produttori e consumatori Genuino clandestino, promotrice, oltre che di numerosi mercati contadini, anche della campagna di sensibilizzazione Terra bene comune, nata in risposta al decreto legge in vigore dal 24 gennaio 2012, che dà il via libera alla vendita dei terreni demaniali.

l gruppo evidenzia come la nuova normativa permetta la vendita a privati proprio degli appezzamenti più piccoli, il cui vincolo ventennale non ne assicura la vocazione agricola nel futuro. Inoltre, individua nell’affermazione in esso contenuta, secondo cui il decreto legge rappresenterebbe delle agevolazioni per i giovani contadini, «uno specchietto per le allodole», perché lascia intendere una facilitazione solo nel caso di ampliamento di aziende già esistenti, fomentando la tendenza già in atto di favorire la crescita dell’agricoltura intensiva, che non rispecchia in alcun modo i principi di sostenibilità e che è causa di una sempre maggiore concentrazione delle terre nelle mani di pochi. «Questo meccanismo» afferma Cesare, produttore di Genuino clandestino «sancisce la morte dei piccoli agricoltori, che hanno investito nella terra tutta la loro vita, smantellando il patrimonio agricolo che determina l’eccellenza italiana».

Superare il concetto di proprietà privata

All’interno della rete c’è chi preferirebbe superare il concetto di proprietà privata tout court, anche in mancanza di una forma giuridica che si possa adattare al concetto di terra come bene comune. «La costituzione italiana purtroppo ci mette di fronte a una dicotomia: bene pubblico o bene privato» fa notare Michela, produttrice di Genuino clandestino e promotrice della campagna Terra bene comune. «Negli anni il bene comune è stato cancellato, acquisendo un’accezione negativa, mentre in passato le terre a uso civico servivano proprio a permettere la sussistenza di chi non aveva altri mezzi. Preservare le terre pubbliche significa ristabilire il concetto di comunità che si è andato perdendo negli ultimi decenni».

Questa azione presuppone che la comunità si riconosca come soggetto in grado di incidere sul proprio territorio, facendosene carico con un atto di responsabilità. Accesso alla terra è un esperimento che va in questo senso, sensibilizzando i possibili finanziatori all’idea, non scontata, di investire in qualcosa che non avrà un ritorno economico, ma in termini di beneficio sociale, e puntando sulla convinzione che una gestione collettiva delle terre sia una delle possibili soluzioni alla drammatica situazione in cui versano le campagne italiane.

Articolo tratto dal Mensile Terra Nuova – Gennaio 2013

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