Profughi climatici: fuga verso le città

Delta del Gange, Bangladesh. Allevatori tagliano erba per il loro bestiame su un’isola, Gazura, che era asciutta fino a pochi giorni prima ed è stata sommersa dalle acque de fiume Meghna.

L’ultima illusione

Il 2008 ha segnato il punto di non ritorno: per la prima volta nella storia dell’uomo c’è più gente che vive nelle città che nelle campagne. Le metropoli crescono sempre più per l’arrivo dei profughi climatici, costretti a fuggire dalle zone colpite dai cambiamenti climatici e destinati a diventare – nel giro di pochi decenni – la nuova emergenza umanitaria del pianeta.

Le Nazioni Unite stimano che nel 2050 la Terra dovrà affrontare il trauma rappresentato da 200milioni di profughi climatici; tutte persone che, sempre secondo l’ONU, non “approderanno” nelle nazioni ricche, ma cercheranno nuove forme di sostentamento nelle aree urbane dei loro paesi d’origine, i cosiddetti slums, già sovraffollati e spesso poverissimi. Disastrose sono e saranno le conseguenze dal punto di vista sociale, economico e ambientale per queste città.

Il 90% di questa migrazione avverrà proprio nei Paesi meno sviluppati, cosi accadrà che i Paesi più poveri, quelli che meno hanno contribuito ai cambiamenti climatici, saranno i più colpiti da questo fenomeno a causa della mancanza di fondi da investire in politiche alternative di sviluppo nelle zone non più abitabili.

Il titolo del mio progetto, The last illusion, si riferisce alla speranza dei migranti ambientali di trovare una vita migliore nelle città; tuttavia, una volta arrivati negli slums, a causa della loro mancanza di risorse, educazione e di opportunità, il loro sogno di un futuro diverso si trasforma nella loro ultima illusione.

Il mio progetto Environmental migrants: the last illusion include per ora tre capitoli: Ulan Bator-Mongolia, Dhaka-Bangladesh e infine Nairobi-Kenya. I primi due capitoli sono stati realizzati nel corso del 2011; il terzo capitolo è pianificato per gennaio/febbraio 2013.

La scelta di questi tre luoghi è stata dettata dalla volontà di rappresentare le diverse tipologie di cambiamenti climatici che provocano le migrazioni ambientali, nelle aree geografiche più colpite da questo nuovo fenomeno: dall’estremo freddo della Mongolia, al processo di desertificazione in Kenya, passando per inondazioni, cicloni e innalzamento del livello del mare in Bangladesh.

Cliccate qui per vedere un video e contribuire al progetto di Alessandro Grassani.

fonte:nationalgeographic.it

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