SOS cultura: se l’Italia non affronta l’emergenza sarà «crisi irreversibile»

Un mondo complesso, globalizzato e tecnologico presenta sfide che non possiamo rimandare

In Italia vive un «5% di popolazione che pur avendo frequentato la scuola presenta fenomeni gravi di regressione culturale al limite dell’analfabetismo, e una massa, circa il 70% della popolazione, che ha competenze estremamente limitate». In tutto, i ¾ della popolazione totale. I dati evidenziati dal Vittoria Gallina, curatrice dello studio All sulle competenze alfabetiche dei cittadini, costituiscono le radici più profonde dell’allarme lanciato ieri da Consiglio universitario nazionale ne il suo Le emergenze del sistema, suscitando grande scalpore: in dieci anni l’Italia ha perso 58mila immatricolazioni all’università. Forse non un dato così inatteso, per un Paese «che investe appena l’1,0% del proprio Pil nel sistema universitario» e che occupa «per spesa in  educazione terziaria in rapporto al Pil il 32° posto su 37 Paesi considerati (dati 2009)».

Questo «diminuito interesse per l’istruzione universitaria e/o una diminuita capacità di accedervi», precisano dal Cun, deriva da un «andamento negativo del ciclo economico con la conseguente diminuzione delle opportunità occupazionali per i laureati», accompagnato da un mercato del lavoro «che non sempre riconosce il valore di un’elevata qualificazione scientifica o professionale»; dall’altra parte, le cause vanno cercate nelle dinamiche universitarie degli ultimi anni, «dalla contrazione delle risorse per il diritto allo studio, all’esaurimento della novità rappresentata dalla riforma universitaria con i due livelli di laurea e nuovi tipi di corsi di studio, alla contrazione del numero dei corsi di studio e anche al crescente ricorso al numero programmato».2012_09_25_14_59_31

Quello del Cun è un vero e proprio SOS lanciato per salvare la formazione di alto livello in Italia. Tali emergenze «se non affrontate immediatamente con attenzioni e con soluzioni adeguate, informate e consapevoli, condurranno a una crisi irreversibile». Ad un bene oltremodo prezioso – ancor di più perché scarso, dato l’andamento demografico italiano – non viene affatto riconosciuto il suo valore: le nuove generazioni, il futuro, si svaluta insieme alla cultura che dovrebbe nutrirlo. E i pochi che hanno in tasca una laurea spesso non sanno che farsene.

Così, la nostra società si trova piantata di fronte ad un bivio: continuare a credere che l’istruzione non valga nulla, e dunque non promuoverla pubblicamente, oppure creare quel contesto che possa permetterle di rifiorire. Ciò non significa solo assicurare più fondi, ma modernizzare il nostro sistema produttivo in modo che possa accoglierli, i nostri laureati. Una serie di sfortunati eventi fa credere che la scelta giusta sia la seconda.

Nel recente studio Why the jobs problem is not going away, ricercatori della McKinsey avvertono che nel 2020 le economie avanzate (e quella italiana è un’avanguardia) potrebbero aver bisogno di nuovi 16-18 milioni di laureati che non riusciranno a trovare: in questo caso, la domanda supererebbe l’offerta dell’11%. Nel frattempo, la Cina ha raddoppiato in 10 anni il numero dei propri atenei, sfornando – come riporta un inserto de la Repubblica – ogni anno «8,3 milioni di nuovi laureati». Anche ad oriente il vento sta cambiando, e la Cina «perde dieci milioni di operai all’anno e nel giro di un decennio non sarà più la prima manifattura mondiale. È l’effetto dell’invecchiamento della popolazione, ma anche di un cambio di mentalità: i nipoti di Mao oggi sognano una scrivania».

E in molti dovranno trovarla, e di buon livello, o altrimenti – così come noi occidentali – rischieranno di essere mangiati da un evoluzione tecnologica in turbolenta ascesa: l’abbiamo provato anche sulla nostra pelle nella storia recente del Paese, ma oggi più che mai i robot indossano la tuta blu dell’operaio, sostituendolo. E i lavoratori routinari e sovente non culturalmente preparati sono così in prima fila a subire i capricci del mercato e i colpi di coda dello sviluppo tecnologico. Come l’economista premio Nobel Paul Krugman osservava non molto tempo fa dalle colonne del Sole24Ore, «alla gente che succederà, chiederete voi? Ottima domanda. Le macchine intelligenti possono consentire un incremento del Pil, ma avranno anche l’effetto di ridurre la domanda di persone, comprese quelle intelligenti». Scegliere coscientemente di rimanere indietro sul piano della cultura e della formazione – come sta succedendo in Italia – non appare una scelta particolarmente saggia.

Tanto più che la nuova occupazione verterà sempre con maggior insistenza su settori ad alta complessità, quelli legati all’idea di sostenibilità. Come evidenziato nel rapporto Green Italy della fondazione Symbola e Unioncamere, «per quanto riguarda l’occupazione la green economy sembra possedere una marcia in più e tenere meglio ai venti della crisi, tanto che il 38,2% delle assunzioni complessive programmate (stagionali inclusi) da tutte le imprese italiane dell’industria e dei servizi (nel 2012, ndr) si deve alle aziende che investono in tecnologie green». Innovazione, cultura ed economia verde non sono soltanto degli slogan, ma rappresentano quella strategia concreta per un nuovo modello di sviluppo che il corso degli eventi ci suggerisce con buon senso di intraprendere: se vogliamo imboccarla, il momento giusto è adesso.

fonte:greenreport.it

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