Sperimentazione animale, «ecco perché Bersani sbaglia»

Lettera di Equivita al candidato premier: «La vivisezione non fa progredire la medicina. E i metodi alternativi già esistono. Parola di scienziati»

“Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?” Questa è la domanda di Le Scienze, edizione italiana di Scientific American posta ai leader delle principali forze politiche candidate al governo del paese dopo le prossime elezioni, contestualmente alla pubblicazione del 25° Rapporto Italia – Eurispes dove gli italiani si esprimono per l’87,3% contro la sperimentazione animale, trend costantemente in aumento. Chiara la posizione di Pierluigi Bersani (candidato per il PD) (vedi qua la sua risposta completa): «Credo che i test sugli animali siano indispensabili. Almeno fino a che non saranno individuati metodi alternativi scientificamente accettabili».

A Bersani risponde, con una lettera aperta, Fabrizia Pratesi de Ferrariis, Coordinatrice Comitato Scientifico di Equivita, comitato che unisce e coordina i medici e gli scienziati che aderiscono alla lotta contro la sperimentazione animale.

Ecco il testo della lettera:

Gentile On. Bersani,

La ringraziamo per il rispetto che concede a chi “non crede” nell’utilità della sperimentazione animale. Ma questa affermazione è poco pertinente: la sperimentazione animale non è un dogma, bensì una pratica di ricerca biomedica, che è “credibile” soltanto se ha valore scientifico.

Schierarsi come fa Lei, a fianco alle aziende chimiche nel farci credere che i test su animali tutelino la salute umana (in quanto “ahimè, non vi sono al momento altri metodi utilizzabili”) senza avere verificato questi due assunti, è un errore imperdonabile di negligenza.

A fianco alla voce di chi si oppone alla sperimentazione animale per ragioni etiche (86% dei cittadini europei, indagine Commissione, 2006; 87% Eurispes 2013) esiste un’altra voce, deliberatamente negletta – di scienziati coraggiosi e onesti che si battono per spiegare e dimostrare con i loro studi (ormai spesso pubblicati sulle grandi riviste scientifiche, come Nature, Scientific American, Science, ecc.) che il cosiddetto “modello animale” non ha predittività alcuna per l’uomo, non farà progredire la medicina. Neppure (cosa ancor più grave) potrà dare indicazioni utili a tutelare la nostra salute da un ambiente reso sempre più aggressivo con varie forme d’ inquinamento (vedi il caso dell’amianto, autorizzato al commercio in quanto testato su animali). Un elenco lunghissimo di questi testi si trova sul sito.

In quanto al Suo secondo assunto, secondo il quale i metodi alternativi scientificamente accettabili non esistono ancora, esso rivela un’altra grave lacuna nell’ informazione che Lei ha ricevuto. I metodi alternativi, che sono i soli scientificamente accettabili in quanto non si deve scordare che la sperimentazione animale NON LO E’, non solo esistono, ma sono anche stati molto spesso già adottati in tutti i continenti. Ad esempio, negli Stati Uniti, per un piano federale quinquennale di tossicologia cellulare, dopo la pubblicazione nel 2007, da parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche, su richiesta dell’Agenzia per l’Ambiente, del Rapporto intitolato “Tossicologia del XXI secolo”. Questo annunciava come nei test di tossicità (75% della ricerca su animali) lo studio poco affidabile dell’animale vivo avrebbe ceduto il posto allo studio in vitro delle cellule umane, e avrebbe costituito un “cambiamento epocale” nella ricerca biomedica, paragonabile ad altri momenti importanti nella storia della scienza, ad esempio quelli determinati dalla scoperta della penicillina, quella del DNA o quella del computer.

Le nuove ricerche sulle cellule umane, che dobbiamo ai progressi rivoluzionari della biologia e della genetica, analizzano gli effetti di una sostanza e anche quelli combinati di diverse sostanze (in dosaggi e in combinazioni diverse) e offrono la possibilità reale di prevedere e di prevenire effetti dannosi alla salute e all’ambiente. Questi metodi, tra cui la tossicogenomica, che è in grado di far conoscere le variazioni subite dai geni umani in presenza di una sostanza tossica, aprono orizzonti talmente smisurati da non poter nemmeno lontanamente essere messi a paragone con le conoscenze assai ridotte (oltre che errate per qualsiasi specie che non sia quella analizzata) fornite dall’animale. Sono metodi robotizzabili (duplicabili), rapidissimi, mentre per i test richiesti dal Regolamento Europeo REACH (per la valutazione e regolamentazione delle sostanze chimiche immesse nell’ambiente) le 30.000 sostanze da analizzare richiederebbero, su animali, non meno di mezzo secolo, anche usando tutti i laboratori esistenti nella UE.

 Una volta fatti gli investimenti necessari per la riqualificazione dei laboratori, i nuovi metodi sono anche infinitamente più economici.
 Tuttavia i legislatori europei non hanno voluto ascoltare gli esperti che appositamente si erano recati a Bruxelles per istruirli sulla necessità di basare REACH su prove di tossicità moderne e affidabili (vedi conferenza stampa promossa da EQUIVITA e ANTIDOTE a Bruxelles il 11/11/05) e, lasciando che il metodo di tossicologia di base rimanesse quello sull’animale, hanno vanificato l’immenso impegno dello stesso Parlamento europeo nell’elaborazione della legge, come pure l’impegno successivamente assunto dagli Stati membri per ridurre l’inquinamento chimico nell’ambiente.
Il risultato è quello di una crescita rapidissima delle malattie tumorali e neurodegenerative, e di tanti altri effetti nocivi, quali la sterilità.
Perché non sono stati “validati” e autorizzati i nuovi metodi di ricerca tanto utili ed efficaci?
 La prima ragione è la procedura lunghissima richiesta dalla UE (10 anni in media; quando giunge l’approvazione il metodo è già superato); la seconda ragione è che viene usata come “gold standard” – per la valutazione dei risultati – proprio la sperimentazione su animali (sic… nonostante essa sia il solo metodo che non è mai stato “validato”). Facile capire che non si giunga ad alcun risultato.

Ma la ragione per cui comunque è ancora in uso la sperimentazione animale – per la quale i nostri discendenti non ci “rispetteranno” e neanche ci giustificheranno – è che essa consente “l’incertezza della prova”, molto comoda per evitare responsabilità o procedimenti legali nel caso di danni alla salute (“abbiamo fatto il possibile, ma tutti sappiamo che l’animale non sempre è predittivo”).

Ma c’è anche di più: la sperimentazione animale consente spesso di predeterminare risposta. Come ha dimostrato la polemica sorta di recente riguardante l’esito dei test su roditori del mais OGM, in Francia. (“hanno usato il ceppo di topi più resistenti al cancro” oppure “hanno usato la specie animale più idonea a subire effetti negativi”).

Il Comitato Scientifico EQUIVITA e ANTIDOTE-EUROPE propongono all’On. Pierluigi Bersani (che si è giocato molti voti con questo giudizio avventato) di programmare al più presto – nell’ipotesi di una sua vittoria nelle prossime elezioni – un’audizione e un dibattito pubblico in Parlamento, in cui questo tema tanto importante e tanto trascurato venga affrontato, senza censure e preclusioni.

Occorre infatti far capire che la tutela della ricerca scientifica e la tutela degli animali vanno esattamente nella stessa direzione e che il Parlamento Europeo, nell’emanare la Direttiva 2010/63 ha perso un’occasione unica per consentire alla UE quell’aggiornamento e quel progresso scientifico che tutti aspettavamo.

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