Sudan, dopo 10 anni la crisi del Darfur non è finita

Italians for Darfur, l’associazione di giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari che da anni svolge campagne per i diritti umani in Sudan, ha pubblicato questa mattina il suo rapporto annuale sul Darfur. Il titolo non lascia scampo a interpretazioni: “Sudan, Darfur: 10 anni di crisi”. Dieci anni dopo lo scoppio del conflitto e l’avvio di quella che venne definita “la crisi umanitaria più grande del mondo”, in Darfur si continua a morire.

È un conflitto, quello del Darfur, che nonostante la buona volontà di tante organizzazioni, prima tra tutte Italians for Darfur, e l’impegno di testimonial importanti in Italia e all’estero, non ha ancora fatto grande presa nei mezzi d’informazione tradizionali e dunque è poco conosciuto dal grande pubblico.

Non è molto noto, ad esempio, che circa il 50 per cento della popolazione del Darfur è stato direttamente coinvolto nel conflitto; che, nonostante risoluzioni sul disarmo delle milizie e l’embargo sulle armi deliberato sin dal 2004, queste continuano a circolare; che un’imponente missione di caschi blu dell’Onu ha sostanzialmente fallito l’obiettivo di riportare la pace. Ancora oggi, il bilancio della crisi del Darfur è pesante e non sembra destinato a migliorare. Sono poche le persone che superano i 35 anni di vita, molti bambini muoiono prima di averne compiuti sei, ogni giorno ne muoiono 75. La scolarizzazione è ancora molto bassa e si riesce a garantire un’educazione minima solo al 65 per cento dei bambini, la maggior parte dei quali peraltro vive ancora nei campi profughi, soffre di depressione e disturbi post-traumatici.

È vero, le ostilità su larga scala tra i gruppi ribelli e l’esercito sudanese (e le sue milizie) sono scemate a partire dal 2008. Ma sacche di resistenza della ribellione hanno continuato a contrapporsi alle forze armate del governo di Khartoum, che ha proseguito anche nelle ultime settimane la sua campagna di bombardamenti e attacchi contro le roccaforti dei ribelli. Il rientro dei profughi verso i luoghi di origine (oltre 400.000 dalla fine del 2011 alla primavera 2012) si è interrotto. Anzi, dal Darfur si continua a fuggire. Secondo l’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, il numero di sfollati interni nei campi che stanno ricevendo aiuti alimentari è salito a 1.430.000 e oltre due milioni di abitanti del Darfur continuano a essere direttamente colpiti dal conflitto. Altri 280.000 profughi sono rifugiati nel Ciad orientale.

Il rapporto di Italians for Darfur non manca di esaminare le altre aree di crisi e d’instabilità nel paese, come gli stati del Sud Kordofan e del Nilo azzurro, oltre alle continue frizioni tra il Sudan e il Sud Sudan, il nuovo stato africano nato il 9 luglio 2011. Un capitolo a parte è dedicato all’arrivo, con oltre un anno di ritardo ma con molta decisione, della “primavera araba” in Sudan, in cui sono stati particolarmente attivi gli studenti darfuriani. La procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha recentemente dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “in Sudan continuano a essere commessi crimini con l’obiettivo dichiarato dal governo di fermare la ribellione in Darfur”. Gli episodi presi in considerazione comprendono bombardamenti, attacchi via terra, il blocco della distribuzione di aiuti umanitari e violenze dirette contro le popolazioni civili.

Il rapporto di Italians for Darfur va letto per intero. Parla di una parte di mondo che solo apparentemente è lontana. Di quanto sia vicina, ci accorgiamo quando vediamo tra di noi il “prodotto” della guerra: i rifugiati. Il loro viaggio, spesso, inizia in quelle terre africane martoriate dalla guerra.

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