Benessere equo e sostenibile di che cosa si tratta?

Ieri è stato presentato alla Camera il Bes, cioè il Rapporto dell’Istat e del Cnel sul Benessere equo e sostenibile. Di che cosa si tratta?

Il Bes è uno strumento attraverso il quale si intende misurare non la mera ricchezza (rilevata dal Pil attraverso una rilevazione degli scambi economici), ma la qualità della vita delle persone. Per questo il Bes valuta molti fattori che incidono sul nostro quotidiano: salute, istruzione, ambiente, servizi sociali, lavoro, benessere economico, rapporti sociali, cultura…

Qual è il dato di sintesi di questo primo Rapporto Bes?  

Il dato saliente è che in Italia di benessere ce n’è sempre meno. Solo in un anno – tra il 2010 e il 2011 – dice il Rapporto, l’indicatore della «grave deprivazione», cioè della difficoltà a campare, è salito dal 6,9% della popolazione all’11,1%. In numeri assoluti vuol dire che ci sono stati 6,7 milioni di italiani in serie difficoltà economiche, con un incremento di 2,5 milioni in un solo anno.

Veniamo al dettaglio dei vari fattori che incidono sul benessere. La salute?

Si vive di più, ma non si vive meglio. Nel caso delle donne, per esempio, un terzo della loro lunga vita non è vissuto in buone condizioni. E c’è differenza Nord-Sud: una donna di 65 anni al Centro-Nord ha speranze di vivere bene ancora 10,4 anni, mentre al Sud appena 7,3. Inoltre siamo sedentari e tendiamo all’obesità. L’abitudine al fumo non recede nonostante le campagne di informazione. E l’abuso di alcolici si diffonde tra i giovani.

Siamo almeno più istruiti?  

«Il ritardo rispetto alla media europea e il fortissimo divario territoriale si riscontrano in tutti gli indicatori che rispecchiano istruzione». Ad esempio la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario è del 20,3% in Italia a fronte del 34,6% dell’Unione europea a 27 Paesi. Sono ancora ampie le differenze territoriali: nel 2011 la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma superiore è pari al 59% al Nord e al 48,7% nel Mezzogiorno, mentre i giovani che non lavorano e non studiano (Neet) sono il 31,9% nel Mezzogiorno, ovvero il doppio della quota relativa al Nord (15,4%).

Il disagio degli italiani quanto dipende dal lavoro?  

Molto, ovviamente. Si sta male perché il lavoro non c’è. E questo è noto. Ma è drasticamente caduta anche la «qualità dell’occupazione». In sostanza dilaga la precarietà: se nel 2008 il 25,7% dei contratti a termine evolveva in rapporti stabili (e il dato era già bassissimo), nel 2011 si è arrivati al 20,9%. E si prende anche di meno: «Pure la presenza di lavoratori con bassa remunerazione (10,5%) e di occupati irregolari (10,3%) rimane sostanzialmente stabile negli ultimi anni – dice il Rapporto – mentre cresce la percentuale di lavoratori sovra-istruiti rispetto alle attività svolte (21,1% nel 2010)».

Più poveri e senza lavoro. Cosa ci resta allora?  

Restano forti le relazioni sociali, sia di tipo familiare che amicale. Diciamo che l’Italia regge (ma per quanto ancora?) grazie a queste «reti». Nel 2012 sono il 36,8% le persone di 14 anni e più che si dichiarano molto soddisfatte per le relazioni familiari. Nel 2009, quasi il 76% della popolazione ha dichiarato di avere parenti, amici o vicini su cui contare e il 30% ha dato aiuti gratuiti.

Contano famiglia e amici, dunque. E lo Stato?  

Una catastrofe. «Sfiducia massima nei partiti, nel Parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali, nel sistema giudiziario – dice il Rapporto – una sfiducia trasversale che attraversa tutti i segmenti della popolazione, tutte le zone del Paese, le diverse classi sociali. A marzo 2012, il dato peggiore: la fiducia media dei cittadini verso i partiti politici, su una scala da 0 a 10, è pari ad appena 2,3; seguono il Parlamento (3,6), le Amministrazioni locali (4) e la Giustizia (4,4)». Si salvano, come al solito, solo Polizia e Carabinieri.

A proposito di forze dell’ordine, come è percepita la sicurezza?  

I dati statistici dicono che dagli Anni Novanta in poi la microcriminalità è diminuita, sia pur con differenze territoriali e per tipo di reato. Tuttavia la percezione di insicurezza che gli italiani hanno – dice il Rapporto – è in crescita. « Il senso d’insicurezza della popolazione non deriva necessariamente dal livello di diffusione della criminalità, ma anche dal degrado del contesto in cui si vive». La cattiva amministrazione del territorio è, dunque, il fattore scatenante del senso di insicurezza.

Come viene percepito l’ambiente in cui si vive?  

È molto aumentata la sensibilità collettiva rispetto alla qualità dell’ambiente, al punto che, scrive il rapporto, «il benessere delle persone è strettamente collegato allo stato dell’ambiente in cui vivono, alla stabilità e alla consistenza delle risorse naturali disponibili». Una estrema attenzione viene quindi riservata all’aria (inquinamento nelle grandi città), all’acqua, al dissesto idrogeologico. Nonostante questa sensibilità, una parte della politica continua a proporre condoni edilizi.

 

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