L’atroce fenomeno delle mutilazioni genitali femminili

Nonostante i numerosi progressi registrati negli ultimi vent’anni dal punto di vista normativo, politico e di sensibilizzazione culturale, l’atroce fenomeno delle mutilazioni genitali femminili è ancora oggetto di un complesso dibattito a livello internazionale.

È nella metà degli anni Novantadel secolo scorso che l’Organizzazione mondiale della Sanità procede alla classificazione definitiva di tale fenomeno. Con il termine di mutilazioni genitali femminili (MGF) sono indicate tutte quelle pratiche rituali tradizionali che prevedono l’asportazione parziale o totale dei genitali esterni o altri danni agli organi genitali arrecati per motivi culturali o comunque non terapeutici. Le MGF rappresentano una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine. Tale tradizione viola il diritto alla non discriminazione, all’integrità del corpo e alla salute della donna. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ogni anno nel mondo ci sono tre milioni di bambine a rischio di mutilazione. È un fenomeno presente soprattutto in Africa, ma anche in Asia, in Medio Oriente e a causa dei flussi migratori tale costume colpisce anche le bambine emigrate in Europa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e negli Stati Uniti. Secondo stime del Parlamento europeo, sarebbero 500.000 le donne in Europa vittime di mutilazione genitale femminile e ogni anno subiscono tale pratica, o rischiano di subirla, circa 180.000 donne immigrate nel continente[1].

Non è facile determinare l’origine delle MGF: di fatto non esistono testimonianze certe che indichino come e quando l’usanza sia iniziata, purtroppo tali procedure vengono erroneamente considerate come pratiche atte a favorire l’igiene e la purificazione delle donne. In realtà si tratta invece di una forma di violenza con conseguenze negative sulla salute fisica e psicologica delle vittime. Colei che effettua il “taglio” – così viene chiamata la mutilazione – è generalmente una donna anziana che viene definita “professional cutter” (“tagliatrice professionista”); l’operazioneviene effettuata senza alcuna forma di anestesia, senza adottare procedure sterili, con coltelli, pezzi di vetro,lame di rasoi, lattine, pietre appuntite. Tali pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione o in base ai mezzi economici della famiglia: per esempio nel sud della Nigeria si praticano sulle neonate, in Somalia sulle bambine e in Uganda sulle adolescenti. Le conseguenze sono devastanti: oltre ad evidenti danni fisici (dati immediati e danni a lungo termine che nei casi peggiori possono portare alla morte delle vittime), il danno psicologico è incalcolabile.

Grazie alle campagne a livello internazionale e locale portate avanti in questi ultimi anni finora sono 21 gli Stati africani che hanno adottato leggi per vietare e perseguire penalmente chi commette le MGF.

L’Italia ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro questa esplicita violazione dei diritti umani. Da ricordare infatti è la campagna per l’abbandono di tali pratiche lanciata negli anni Novanta dalla leader politica Emma Bonino che, attraverso l’organizzazione Non c’è pace senza giustizia, ha organizzato conferenze ed eventi sull’argomento con politici europei e africani.

Nel settembre 2009 anche Amnesty International ha preso posizione contro queste pratiche; in particolare Amnesty International Irlanda che ha promosso e realizzato, in collaborazione con organizzazioni non governative di 13 paesi europei,una campagna europea denominata “End Fgm”.

Stop alle Mutilazioni Genitali Femminili 2Bisogna anche ricordare il prezioso impegno di due importanti donne africane, famose oggi in tutto il mondo. La cantante Angelique Kidjo, da anni impegnata con la sua Fondazione Batonga nella lotta per l’istruzione delle giovani donne africane, perché convinta che l’istruzione sia la risposta più efficace per sconfiggere tale fenomeno. Altra icona è Waris Dirie, una delle modelle meglio pagate al mondo che ha fatto della battaglia contro la MGF una missione di vita, scrivendo quattro libri su questo delicato tema.

Il 20 novembre 2012 l’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha adottato per consenso la prima risoluzione di messa al bando universale delle MGF. La risoluzioneè stata definita dall’Ambasciatore italiano all’Onu Cesare Ragaglini uno “strumento potente” contro le resistenze ancore diffuse nel mondo per la messa al bando di tale pratica. È fondamentale che le misure punitive siano accompagnate da misure educative per sradicare questa pratica. E devono essere previste a tal proposito assistenza sanitaria e psicologica alle donne che hanno subito le mutilazioni aiutandole a migliorare la propria qualità di vita attraverso cure mediche.

In occasione della Giornata mondiale contro l’infibulazione e le MGF, il 6 febbraio 2013, Plan Italia, con il sostegno dell’Associazione Nosotras, ha lanciato la petizioneStop alle Mutilazioni Genitali” con lo scopo di chiedere al futuro Governo Italiano di impegnarsi a porre fine alle MGF in Italia e nei Paesi dove ancora viene praticata[2].

Lo scenario resta confuso e le realtà sociali interessate molto complesse. Le motivazioni religiose, culturali, di controllo sociale delle donne fanno sì che però la pratica sia ancora viva e se è vero che il numero di paesi che si sono impegnati contro la mutilazione genitale va crescendo, è altrettanto vero purtroppo che nei piccoli villaggi lontani e dimenticati intere comunità vivono ancora ignare del fatto che non tutte le donne del mondo sono mutilate. Il problema però non è esclusivamente culturale. Le bambine vengono mutilate per permettere loro di raggiungere lo status di donne “purificate” all’interno della comunità e non essere altrimenti emarginate ma dietro questo atto c’è anche un interesse economico: si potrà porre fine a tale pratica solo se si darà alle “tagliatrici” un diverso mestiere o un diverso scopo.



[1]Cfr. Risoluzione del Parlamento europeo per combattere la mutilazione dei genitali femminili nell’UE(2008/2071(INI), adottata il 24 marzo 2009: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2009-0161+0+DOC+XML+V0//EN.

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