attivisti Greenpeace a processo

Una trentina di attivisti di Greenpeace a processo per una manifestazione  all’impianto di Porto Tolle.

La protesta del dicembre 2006 era motivata dal progetto di conversione a carbone della centrale Enel a olio combustibile, che era stata mantenuta senza controlli ambientali per oltre vent’anni (motivo per cui sono stati condannati con sentenza definitiva i vertici dell’Enel, oltre che i dirigenti della centrale).

Quello di Porto Tolle,in provincia di Rovigo è uno degli impianti termoelettrici più grandi d’Europa, capace di generare quasi il 10% del fabbisogno italiano di energia elettrica.

Secondo Andrea Boraschi, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace, sia a livello di inquinamento, che di costi, che di rischi legati alla salute (e conseguenti tassi di mortalità), il problema del carbone ha contorni che vanno ben oltre le dimensioni territoriali, ed è ben più grave dei contenziosi giudiziari in cui è coinvolta l’associazione. “Porto Tolle è un punto di emissione che, in realtà, insiste su tutta la Pianura Padana, già di per sé una delle aree in Europa con la peggiore qualità dell’aria”, fa presente Boraschi: “Quello degli impianti a carbone, quindi, non deve essere assunto come la sommatoria di diverse vertenze territoriali, ma come un problema nazionale. Anche perché l’inquinamento di queste centrali raggiunge luoghi a centinaia di chilometri rispetto a dove sono collocate”.

Nel processo di oggi, gli attivisti sono imputati per interruzione di pubblico servizio, “anche se la centrale – ribattono – al momento della protesta non era né a norma, né operativa”. C’è poi l’accusa di danneggiamenti, quelli causati dalla scritta a vernice “No al carbone” sulla ciminiera. Fra gli imputati anche Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, per il quale “il processo di oggi è solo una dei molteplici appuntamenti giudiziari di Greenpeace con Enel”, costituitasi parte civile contro l’associazione. “Il progetto di Porto Tolle è ancora oggi in fase di valutazione – ricorda Onufrio -. Ben due leggi ad hoc, una nazionale e una regionale, ne hanno permesso la sopravvivenza nonostante la bocciatura venuta dal Consiglio di Stato nel 2011”. Ma il problema più grosso, sottolinea il direttore di Greenpeace, è l’ostinazione di Enel nell’investire sugli impianti termoelettrici a carbone, principale fonte di emissione di CO2 a livello globale e generatori di enormi costi e danni alla salute: “Una conversione a carbone della centrale di Porto Tolle determinerebbe emissioni di CO2 pari a 10 milioni di tonnellate l’anno e causerebbe, su base annua, danni economici fino a 234 milioni di euro e una mortalità prematura stimata in 85 casi”. Numeri importanti, che spingono Greenpeace a ribadire le sue richieste per una improrogabile rivoluzione energetica: “Dimezzare l’uso del carbone entro il 2020 e azzerarlo entro il 2030”.

Quali le accuse mosse agli attivisti di Greenpeace? Interruzione di pubblico servizio e danneggiamenti. Sulla prima, va ricordato che nel dicembre 2006 la centrale era in fermo impianto, di fatto da allora ha funzionato solo quel poco che serve a non perdere l’impianto (200 ore l’anno). Non fu interrotto, dunque, nessun pubblico servizio, né questa era mai stata l’intenzione degli attivisti. Si trattava di una protesta per ricordare al Governo e al Parlamento gli impegni di Kyoto, peraltro citati in modo altisonante nel programma del Governo Prodi e da una mozione bipartisan approvata nel novembre dello stesso anno al Senato, e promossa dagli ex ministri dell’Ambiente Edo Ronchi (teste a favore di Greenpeace al processo) e Altero Matteoli.

Per quanto riguarda il danneggiamento (aver scritto NO CARBONE sulla ciminiera da 250 metri!!) il processo per un’azione del tutto simile in Inghilterra aveva assolto Greenpeace: i danni del carbone sono incommensurabilmente più grandi di quelli provocati da qualche decina di attivisti che manifestano in modo pacifico con striscioni e pennelli.

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