Cambiamenti climatici,barriere a difesa di Venezia

Responsabile di questo disastro annunciato è il cambiamento climatico, l’innalzamento delle temperature e lo scioglimento dei ghiacci artici, fenomeni che oltre a maree più alte ed estese potranno anche provocare tempeste di intensità distruttiva ancora relativamente poco frequenti sul vecchio continente.

Per prevenire possibili inondazioni derivanti dall’innalzamento del livello del mare,l’Agenzia Europea per l’Ambiente ha invitato in maniera sollecita i Paesi europei a costruire delle barriere mobili, così come quelle costruite sul Tamigi, per prevenire possibili inondazioni derivanti dall’innalzamento del livello del mare.

In Italia Venezia è una delle città a rischio:il sistema MOSE, vicino al suo completamento,è l’opera che permetterà di evitare  inondazione con le paratoie mobili che in caso di innalzamento del livello del mare si alzeranno mantenendo la città all’asciutto. Con un ritardo di due anni,le prime 4 paratoie mobili, su un totale di 78, verranno istallate nel mese di maggio, così come ebbe modo di dichiarare il presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Ciriaco D’Alessio il 23 aprile scorso .Il Centro di controllo verrà affidatoall’ istituito presso l’Arsenale di Venezia che in base alla meteorologia, ai venti e ai dati raccolti dai mareografi (strumenti che misurano l’altezza delle onde) disporranno per il sollevamento delle barriere. Il MOSE è costato finora 5 miliardi di euro su un budget totale previsto di 5 miliardi e 450 milioni.

Il cambiamento climatico, avverte ancora l’Agenzia, saranno tali da costringere gli agricoltori a cambiare le tipologie di colture, dalle vigne ai cereali, prevedendo impianti di desalinizzazione delle acque (in caso di inondazioni marine) e agendo anche sulla progettazione degli edifici, delle infrastrutture e delle reti di trasporto, dell’energia e delle comunicazioni. Gli avvisi sono consultabili in una relazione dell’Agenzia pubblicata in rete e che si chiama ‘Adaptation Europe’; la ricerca ha rilevato che la metà dei 32 Paesi che fanno parte della EEA non ha ancora predisposto piani di emergenza in risposta agli effetti del riscaldamento globale.

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