Barack Obama,l’emergenza del cambiamento climatico

Domani martedì 25 giugno,Barack Obama annuncerà un piano per contrastare i cambiamenti climatici, limitare le emissioni di gas a effetto serra e per promuovere lo sfruttamento delle fonti di enegia rinnovabili.

Il presidente degli Stati Uniti entrerà nel merito di quello che è stato uno dei temi caldi dei suoi discorsi successivi alla rielezione.

In un video pubblicato sul sito web della Casa Bianca, Obama ha spiegato come i cambiamenti climatici sia una delle grandi sfide della nostra epoca.

Una parte importante del piano di Obama dovrebbe contenere investimenti finalizzati alla protezione delle coste e delle città americane maggiormente esposte a fenomeni meteo connessi ai cambiamenti climatici.cdn-media.nationaljournal.com

Se da una parte l’amministrazione Obama ha dettato regole più severe per le nuove centrali a carbone, mentre per quanto riguarda le vecchie poco è stato fatto in termini di norme restrittive. Le centrali elettriche a carbone sono responsabili del 40% dell’inquinamento di carbonio negli Stati Uniti.

Ma il Presidente Usa non è il solo a correre ai ripari

Lo scorso novembre, la Banca mondiale ha lanciato l’allarme: ”un mondo con 4 gradi in più provocherebbe una cascata di cambiamenti cataclismici, fra cui ondate di calore estremo, una diminuzione degli stock alimentari e un rialzo del livello del mare che colpirebbe centinaia di milioni di persone”. E in effetti, negli ultimi mesi si stanno accelerando le iniziative di governi come quello delle isole Kiribati, il cui presidente sta negoziando l’acquisto di terreni nelle Fiji per consentire la migrazione di 113mila abitanti del piccolo Stato minacciato dall’innalzamento delle acque dell’oceano.

Ma non solo. Il Consiglio Australiano per i Rifugiati ha sollecitato il governo a riconoscere formalmente lo status di rifugiato climatico a tutti coloro che sono costretti a fuggire a causa degli effetti del ‘climate change’. E sempre verso l’Australia contano di emigrare i 350 mila abitanti delle Maldive minacciati dall’innalzamento dei livelli del mare.

LaSejf (Supranational Environmental Justice Foundation), ha inserito queste ‘isole sommerse dal cambiamento climatico’ tra i 12 hotspot dell’ecocidio, 12 casi esemplari di crimini contro l’ambiente che andrebbero giudicati come crimini contro l’umanità per l’impatto devastante su popolazioni e natura. In questo caso, difficile individuare i colpevoli “perché ognuno di noi, quando mette in moto la macchina o accende la luce, dà un microscopico contributo alla crescita dell’effetto serra”, sottolinea la Sejf.

Ma per quanto riguarda la minaccia climatica, propone, potrebbe valere il tema della responsabilità degli amministratori come garanti della salute pubblica. I sindaci sono giuridicamente responsabili dello smog che nelle città supera i livelli di rischio accettabile. Secondo uno studio dell’Environmental Research Letters del British Institute of Physics, il ritmo con cui il livello del mare si sta alzando sarebbe del 60% più veloce di quanto previsto nel 2007 dall’Ipcc che parlava di un aumento annuo di 2 millimetri l’anno. Soglia ampiamente superata, visto che lo studio indica un innalzamento di 3,2 milliemtri l’anno, confermato dalle misurazioni satellitari.

Studio nuovo “ma dati vecchi e ormai acclarati – spiega Alessandro Giannì, responsabile campagne di Greenpeace – I 70 centimetri di innalzamento previsti per la fine del secolo ce li possiamo scordare, in realtà arriveremo a circa 2 metri e oltre. E non si tratta di un livello di assestamento, che dovrebbe invece arrivare nei decenni successivi con il raggiungimento di un innalzamento di 10 metri. Si tratta, naturalmente, di modelli, che tutti speriamo che non si verifichino, anche se finora le previsioni hanno sbagliato solo per eccesso di prudenza”.

Un innalzamento che potrebbe avere effetti devastanti “per 600 milioni di persone che al 2050 si prevede che abiteranno le zone costiere del Pianeta, e per isole e arcipelaghi”, con conseguenze che vanno dalla perdita di terreni agricoli ai problemi a carico delle risorse idriche a causa del cuneo salino fino alla scomparsa di intere isole del Pacifico e una più difficile gestione degli eventi meteorologici estremi.

L’innalzamento dei livelli del mare “non è uguale dappertutto, ci sono aree in cui è maggiore rispetto alla media come nel innalzamento-dei-mari-scioglimento-dei-ghiacciaicaso della costa degli Stati Uniti attorno a New York, dove non è un caso se è successo ciò che è successo con Sandy”, aggiunge Giannì. E in Italia? Sono la Pianura Padana e la fascia costiera veneto-romagnola le aree più a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare, con il Delta del Po che addirittura figura tra le prime 10 zone critiche a livello globale. Dal litorale romano alle città costiere, anche qui i danni sarebbero notevoli, ma nella Pianura Padana e lungo la fascia costiera veneto-romagnola l’innalzamento del livello del mare si associa pericolosamente ad un altro fenomeno.

“Tutto il nord Italia tende a inclinarsi e abbassarsi per motivi geologici – spiega Giannì – e si calcolano 3 centimetri l’anno di abbassamento relativo, quello che risulta dall’unione dei due fenomeni, con punte che raggiungono i 6 centimetri. Si tratta di una zona che già con i vecchi dati, quelli più prudenti, era considerata in precario equilibrio, e la situazione peggiora con la conferma di un ritmo più veloce dell’innalzamento del lvello del mare”.

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