La via d’uscita dalla crisi,costruire una nuova economia verde

Una via d’uscita c’è. In Italia come in Europa, possiamo ‘sbilanciare l’economia’: mettere l’azione pubblica prima del mercato, la sostenibilità e il lavoro prima dei profitti, l’uguaglianza al posto del privilegio. In Sbilanciamo l’economia di Giulio Marcon e Mario Pianta trovate il catalogo delle misure da realizzare. Con una politica nuova, fatta di partecipazione e democrazia.

Tutto questo rappresenta anche l’opportunità di costruire una nuova economia verde: la riconversione di tecnologie e produzioni, l’uso dei saperi, le risposte a bisogni più sobrii e diversificati. Un’economia sostenibile apre nuove frontiere di produzioni e consumi in grado di creare occasioni per le imprese e nuovi posti di lavoro. Occorre riconvertire nel segno della sostenibilità le produzioni energetiche, le forme e la modalità della mobilità, l’agricoltura, fino anche alla siderurgia, la chimica o all’industria delle costruzioni. La sostenibilità ambientale non è dunque un settore tra gli altri di un’economia diversa, ma è il modo in cui l’economia può riconvertirsi e indirizzarsi verso un modello di sviluppo alternativo. I cambiamenti climatici, l’esaurimento delle fonti fossili e di molte materie prime, l’insostenibilità dell’estensione del livello di consumi occidentale a tutto il pianeta, la continua espansione demografica: questi ed altri processi ci impongono di cambiare rotta. Non si tratta di aprire un nuovo business, quello della green economy, ma di cambiare radicalmente modo di pensare, di produrre, di consumare e con esso i nostri stili di vita e i comportamenti quotidiani. La sostenibilità ambientale è alternativa ai progetti di grandi opere come la Tav, il Ponte sullo Stretto, il ritorno al nucleare – fortunatamente evitato con il referendum del 2011 – la moltiplicazione di inceneritori e rigassificatori, la cementificazione del territorio, il sostegno all’industria dell’automobile e alla lobby degli autotrasportatori attraverso gli incentivi fiscali sull’acquisto del gasolio.

L’economia del dopo-crisi dovrà essere basata su prodotti, servizi, processi e modelli organizzativi capaci di utilizzare meno energia, risorse naturali e territorio e di avere effetti minori sugli ecosistemi e sul clima. Tutto questo si è già tradotto in impegni internazionali del nostro paese: al G8 dell’Aquila del 2009 l’Italia ha promesso di ridurre dell’80% (rispetto ai valori del 1990) entro il 2050 le emissioni di gas – come l’anidride carbonica – che alimentano il riscaldamento del pianeta, ma finora le politiche non hanno dato seguito a questi obiettivi. Sono ormai molte le elaborazioni su come realizzare, nei diversi ambiti, i cambiamenti necessari per una maggior sostenibilità. Nel caso dell’energia, il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti rinnovabili sono due pilastri del nuovo sviluppo. Il sistema di mobilità deve abbandonare il modello del trasporto automobilistico individuale come modalità obbligata su tutte le distanze. Le infrastrutture devono privilegiare le “piccole opere” – ambientali, urbanistiche, sociali – che possono migliorare tutela del territorio e qualità della vita. In molte attività produttive – dalla chimica all’acciaio, dalla meccanica alle costruzioni – è possibile progettare un percorso di riconversione ambientale che utilizzi nuove tecnologie e processi produttivi sostenibili. E così via, se volessimo davvero uscire dalla crisi per la porta dello sviluppo sostenibile.

* Mario Pianta è Professore di Politica economica all’Università di Urbino e fa parte del Centro Linceo Interdisciplinare dell’Accademia dei Lincei. I suoi ultimi libri sono Sbilanciamo l’economia. Una via d’uscita dalla crisi (Laterza 2013) e Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza 2012).

 

 

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