L’olio di Palma mangia l’Africa

Centottantamila ettari di foresta vergine nel bacino del Congo stanno per essere trasformati in una delle piantagioni di palme da olio più estese d’Africa. Il progetto, avviato nonostante i timori degli ambientalisti, è coordinato da una società della Malesia leader mondiale del settore. La prima palma è stata piantata questa settimana nella località di Yengo, al confine tra i dipartimenti settentrionali di Sangha e Cuvette. Alla cerimonia ha partecipato il presidente Denis Sassou Nguesso, sostenitore chiave di un progetto che secondo il governo di Brazzaville consentirà di ridurre in modo drastico le importazioni di olio vegetale della Repubblica del Congo. Nei prossimi cinque anni, una sussidiaria del colosso malese Wah Seong Berhad investirà nella piantagione e negli impianti di trasformazione di Yengo l’equivalente di 567 milioni di euro. Il mercato dell’olio da palma cresce del 9% l’anno!

L’olio di palma è presente ovunque. Lo mangiamo quasi tutti i giorni: nei biscotti, nei gelati, nelle patatine, nel cioccolato. Oppure lo usiamo per la cura del corpo: nello shampoo, nei saponi, nei cosmetici. Talvolta riempie il serbatoio dell’auto e, in quel caso, siamo convinti di fare una scelta ambientalista. Lo consumiamo senza saperlo, perché è indicato genericamente come olio o grasso vegetale.

Facile da produrre, duttile e redditizio, è diventato appetibile sui mercati internazionali già durante la rivoluzione industriale. Dalla fine dell’Ottocento, i paesi dell’Estremo Oriente hanno iniziato a investire su questo prodotto e, nel 1966, hanno sorpassato il paese di origine delle palme da olio: l’Africa. Oggi Indonesia e Malesia controllano il 90% della produzione globale (oltre 45 milioni di tonnellate); negli ultimi vent’anni la superficie dedicata all’olio di palma è triplicata e le coltivazioni intensive continuano a moltiplicarsi a un ritmo impressionante, impiegando quantità massicce di pesticidi e divorando milioni di ettari di foreste vergini. Nel 1960, l’82% dell’Indonesia era coperta da foreste umide; nel 1995 la percentuale è scesa al 52%. Al ritmo attuale, entro il 2022, le foreste indonesiane (seconde solo a quelle amazzoniche) saranno distrutte. A quel punto la quantità di gas serra emessa nell’atmosfera si avvicinerà a quelle dell’intero pianeta. Una catastrofe, secondo il rapporto Borneo in fiamme di Greenpeace Italia. Dopo aver distrutto uno dei polmoni del pianeta, l’olio di palma intraprende un percorso tortuoso, attraverso mille trasformazioni che lo portano, infine, nelle nostre dispense. Per cominciare, alcune fasi di raffinazione eliminano la parte gommosa (che produrrebbe una fastidiosa schiuma durante la frittura) e lo sbiancano (l’olio di palma “integrale” è rosso come una salsa di pomodoro). Poi viene deodorizzato. E infine frazionato: la parte solida è perfetta nei prodotti da forno, come sostituto delle margarine; mentre la parte liquida è ideale per friggere. Durante questo tragitto, l’olio di palma perde diversi difetti (sostanze ossidate, degradate e maleodoranti), ma anche tutte le sostanze buone: i carotenoidi, la vitamina e i cosiddetti precursori della vitamina A (che nell’olio di palma integrale sono 15 volte più abbondanti rispetto alle carote e 100 volte più abbondanti rispetto al pomodoro).

Questo strano prodotto – che ha perso il suo colore, il suo odore, le sue sostanze nutritive – non ha più nulla a che vedere con il suo antenato africano, che aveva, e ha ancora, un ruolo fondamentale nella cultura e nell’alimentazione di molte etnie dell’Africa occidentale. In Guinea Bissau, ad esempio, esistono moltissime palme selvatiche, che crescono nella foresta. Le comunità raccolgono i grandi grappoli di bacche rosse e le trasformano artigianalmente, in un lungo e laborioso processo, ottenendo un olio denso e aranciato, che profuma di pomodoro, frutta, spezie. Un olio buono e nutritivo, ingrediente fondamentale della cucina tradizionale, che accompagna carne, pesce, verdure e riso.

Ecco, dunque, l’olio di palma delle origini: un prodotto con una storia antica, legato a un territorio, estratto da frutti che maturano nella foresta senza distruggerla, ricco di vitamine fondamentali nella dieta africana, basata su cere- ali e legumi. Ed ecco quel che diventa nelle briglie del mercato globale: una merce senz’anima, che distrugge l’ambiente, costa pochissimo e farcisce di grassi saturi i nostri pasti quotidiani.

Slow Food ha aperto un Presidio in Guinea Bissau per far conoscere e valorizzare (a livello nazionale e internazionale) l’olio di palma artigianale della Guinea Bissau, prodotto esclusivamente con frutti di palme selvatiche della tipologia “dura” e in perfetta armonia con l’ambiente, la tutela delle foreste e la cultura locale.

Fonte:

Misna

Serena Milano, «L’Antenato aficano» in Almanaco Slow Food  2012

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