Politiche industriali,il futuro dipende dalle tecnologie verdi

Dani Rodrik, professore di Economia politica internazionale alla JFK School of Government presso l’Università di Harvard,lancia un’allarme:

Il futuro della Terra dipende da una rapida conversione dell’economia mondiale verso una “crescita verde“, produzioni basate su tecnologie pulite che riducano significativamente le emissioni di anidride carbonica e di altri gas a effetto serra. Malgrado ciò, persistono forti anomalie legate al prezzo del carbone, causate dai sussidi ai combustibili fossili e dall’assenza di entrate fiscali per affrontare le esternalità globali del cambiamento climatico.

In tale contesto, gli stanziamenti per lo sviluppo di tecnologie verdi – tra cui quella eolica, solare, bioenergetica, geotermica, dell’idrogeno e a celle a combustibile – sono doppiamente importanti. In primo luogo, esse spingono dei soggetti, che potremmo definire pionieri, a investire in imprese incerte e rischiose, dalla cui attività di ricerca e sviluppo derivano benefici sociali di grande valore. Inoltre, contrastano gli effetti del misprincing del carbone sulla direzione del progresso tecnologico.

Queste due considerazioni forniscono ai governi ragioni, che si rafforzano a vicenda, per promuovere e sostenere le tecnologie verdi. Tale sostegno è ormai ampio sia nelle economie avanzate quanto in quelle emergenti. Osservando questi Paesi si nota con una certa meraviglia una serie di iniziative governative volte a favorire l’impiego di energie rinnovabili e a stimolare gli investimenti nelle tecnologie verdi.

Anche se l’adeguamento del prezzo del carbone sarebbe un modo migliore per affrontare il cambiamento climatico, sembra che la maggior parte dei governi preferisca contare su sussidi e norme che aumentano la redditività degli investimenti nelle energie rinnovabili. Spesso, lo scopo delle autorità sembra essere quello di dare una mano alle industrie domestiche nella competizione globale.

Di solito, consideriamo questi incentivi alla concorrenza dannosi per i Paesi limitrofi. Da un punto di vista globale i pagamenti delle quote di mercato sono a somma zero nei settori tradizionali, mentre le risorse investite per generare guadagni a livello nazionale comportano perdite a livello globale.

Nel contesto di una crescita verde, però, l’impegno dei Paesi nel promuovere l’industria verde può essere globalmente auspicabile, anche se le motivazioni sono campanilistiche e commerciali. Quando gli effetti diffusivi transnazionali militano contro la tassazione del carbone e il finanziamento dello sviluppo tecnologico dell’industria pulita, sostenere l’industria verde per ragioni di concorrenza non è una cosa negativa, bensì positiva.

Gli oppositori della politica industriale si basano su due argomenti. Il primo è che i governi non dispongono delle informazioni necessarie per fare le scelte giuste in merito alle imprese o ai settori da finanziare. Il secondo è che, una volta impegnati nel sostegno di un particolare settore, i governi rischiano di esporsi a manipolazioni politiche e finalizzate alla ricerca di rendita da parte di imprese ben introdotte e lobbisti. Negli Stati Uniti, il fallimento nel 2011 di Solyndra, un’azienda produttrice di pannelli solari fallita dopo aver ricevuto più di mezzo miliardo di dollari in stanziamenti pubblici, sembra illustrarli entrambi.

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