acidificazione oceani,a rischio gli ecosistemi marini

Una recente ricerca dell’Alfred Wegener Institute, pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, ha studiato gli effetti sulla fauna marina della diminuzione del livello di Ph dovuto all’assorbimento di Co2 dall’aria. Le conseguenze di questo fenomeno potrebbero essere catastrofiche. A farne le spese sarebbero soprattutto le specie con guscio o conchiglia, la cui componente principale è il calcio. La simulazione dell’impatto di un’acidità maggiore delle acque sui pesci ha avuto esiti meno tragici, anche se i risultati non sono molto chiari e andrebbero approfonditi.

L’acidificazione è solo uno dei tanti problemi che affliggano gli ecosistemi marini. Il fenomeno andrebbe infatti ad amplificare le conseguenze negative che già si stanno verificando a causa dell’innalzamento delle temperature delle acque provocato dal cambiamento climatico. Secondo lo studio Inhospitable Oceans (Oceani inospitali), la minaccia sarebbe incombente. Hans Poertner, co-autore della ricerca e professore di biologia marina, ha spiegato che questo fenomeno rischia di verificarsi 10 volte più velocemente delle precedenti crisi evolutive della storia della terra. Solo nel caso in cui si intervenisse tempestivamente riducendo le emissioni di gas serra si potrebbe contrastare la drastica riduzione del Ph delle acque marine. oa_800

Un punto della situazione sulle conseguenze del global warming verrà fatto dal prossimo rapporto dell’Ipcc – il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico – che riprenderà anche lo studio Oceani inospitali. Dalle anticipazioni che precedono la pubblicazione, in programma nel mese di settembre, non arrivano dati incoraggianti. Il rapporto, il primo dopo il 2007, punta il dito contro la nostra specie, responsabile per il 95% degli effetti del riscaldamento globale. Gli scenari ipotizzati dai diversi studi non forniscono dati certi. L’unica certezza è che gli impatti locali non sono e non saranno positivi. È importante cercare di contrastare l’avanzata del fenomeno mettendo in atto le buone pratiche per la riduzione di emissione di Co2. E a farlo non devono essere solo le istituzioni statali. Il cambiamento può e deve avvenire anche dai singoli individui.

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