Aviaria e allevamenti intensivi: cause e soluzioni

500mila gli animali da abbattere in seguito allo sviluppo di un nuovo focolaio di aviaria in uno stabilimento avicolo nella provincia di Bologna, seguito al primo caso di diffusione del virus fra le galline di una struttura di Ostellato, nel ferrarese. Ma cosa sappiamo di questo spettro chiamato aviaria?

L’allevamento intensivo, ultra-intensivo, di polli, galline e tacchini sta alla malattia infettiva dell’influenza aviaria (detta anche influenza dei polli) come benzina per il fuoco.

Il bando dell’allevamento ultraintensivo in gabbie di batteria (più piccole di un foglio A4; provate a pensare a cinque persone chiuse per tutta la vita in un ascensore!) dei circa 40 milioni di galline ovaiole è di primaria importanza, quindi, non solo per la salute di questi animali ma anche per i consumatori.

L’influenza dei polli è, infatti, una malattia fortemente contagiosa per gli animali – tanto che in caso di epidemia se ne rende necessario l’abbattimento in massa – e fino a poco tempo fa era considerata una malattia estranea all’uomo. In realtà gli studiosi hanno contato almeno 83 passaggi del virus avvenuti finora dagli animali all’uomo, un decesso, quattro casi di passaggio di secondo livello, ossia da uomo a uomo, e il virus dei polli è stato individuato anche nei maiali. In particolare, 18 casi di influenza dei polli hanno colpito l’uomo tra il 1997 e il 1998 ad Hong Kong; nel 2003 destò grande allarme il caso del veterinario olandese deceduto a causa di questo virus che ha così compiuto un nuovo salto di specie. Il veterinario aveva lavorato in un allevamento di Den Bosh per fronteggiare l’epidemia di influenza dei polli che aveva colpito gli allevamenti olandesi e belgi.

Sono questi gli ingredienti di una situazione che richiede una sorveglianza continua, così come si fa attualmente con la Sars. Il rischio è che mutando continuamente il virus dei polli riesca alla fine ad adattarsi all’uomo e a scatenare una pandemia di influenza, così come è accaduto in passato con la Spagnola e l’Asiatica. Quello che i virologi di tutto il mondo si aspettano è, insomma, una sorta di Big One dell’influenza, ed hanno anche stabilito un termine massimo dell’arrivo di questa grande ondata influenzale: entro il 2017, se nulla verrà fatto per mettere fine all’allevamento intensivo di questi animali.

E’ un fatto che gli animali non umani possano trasmettere malattie agli umani (e viceversa): dall’influenza alla malaria, dall’echinococcosi alla Sars (forse).

Anche la comune influenza ha un ciclo che inizia negli uccelli acquatici, per poi proseguire nei polli o nei maiali allevati e poter infettare, dopo questo passaggio, l’uomo. A prescindere dall’agente che causa la patologia, vittime innocenti su cui si sfoga l’isterismo umano sono ancora una volta gli animali: allevati per poter essere consumati sulle tavole, stipati in gabbie anguste nei tradizionali mercati di Cina e Vietnam, o rinchiusi in batteria negli allevamenti dei paesi occidentali, i quali non sono estranei ad epidemie di influenza aviaria. Nel primo caso le scarse condizioni igieniche e la promiscuità tra persone e pollame negli ambienti del mercato rappresentano una sorta di bomba ad orologeria, visto che in questa situazione una epidemia può scatenarsi da un momento all’altro e dai polli coinvolgere l’uomo. La terribile “soluzione”: si uccidono i possibili untori, come una sorte di caccia alle streghe estemporanea, e si fanno stragi di polli, maiali o zibetti. Oppure (ma una non esclude l’altra): si studia la malattia umana in laboratorio, impiegando animali appartenenti a tutt’altra specie, di solito topi o ratti, o magari conigli, a seconda dei capricci dei ricercatori.

La storia insegna però che la grande maggioranza delle malattie umane sono andate scomparendo nelle società grazie ai progressi socioeconomici, che hanno significato un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Più di qualsiasi vaccino o antibiotico sono state quindi semplici regole igieniche ad impedire la morte di migliaia di persone a causa di malattie infettive, come la chiusura di questa abitudine medievale di acquistare polli al mercato come fossero chili di frutta.

Oggi l’alternativa intelligente al contenimento di certe malattie è rappresentata dalla scelta di non mangiare più animali. Il modello alimentare, personale e collettivo, va ripensato guardando in prospettiva alle reali conseguenze delle nostre scelte alimentari, per  l’ambiente, per gli animali ancora sacrificati, per la nostra salute. La scelta di ingredienti non animali (legumi, proteine vegetali frutta e verdura di stagione) è, infatti, in grado di favorire un migliore stato di salute, è adatta a tutte le fasce di età e di attività. Si tratta di una scelta di alto valore etico e, tra gli altri vantaggi, protegge dalle numerose malattie causate direttamente o indirettamente dal consumo di carne.

comunicato Lav

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