il tessile ecologico escluso dal regolamento europeo

La Commissione Europea ha reso noto che non estenderà al tessile il regolamento CE 834/2007 già in vigore sulle produzione biologiche agroalimentari. “È stata persa un’opportunità, perché il tessile biologico, come sta accadendo nel settore agroalimentare, può trarre grandi benefici da una regolamentazione comunitaria”, così commenta Fabrizio Piva, amministratore delegato di CCPB.

La Direzione Generale Agricoltura e sviluppo rurale della Commissione in questi mesi ha lavorato per una revisione, e un miglioramento, del regolamento. Molti operatori del settore tessile, tra cui gli organismi di certificazione come CCPB, avevano chiesto l’inclusione del tessile che potesse regolare al meglio un mercato che “rischia di esser percepito come confuso dai consumatori e dove sono numerosi i casi di greenwashing: se non c’è una definizione chiara di cosa è tessile biologico, ognuno può proporre una propria definizione, e la qualità del prodotto si abbassa”. Ma la Commissione ha ritenuto che “l’agricoltura biologica deve rimanere focalizzata sulla produzione alimentare”.

In Italia negli ultimi due anni, è aumentato considerevolmente l’interesse da parte delle imprese del tessile al tema del biologico. Sono già 300 le aziende che hanno chiesto la certificazione. Che si ottiene secondo gli standard GOTS (Global Organic Textile Standard) e OE (Organic Exchange), i quali definiscono in modo chiaro quando un prodotto tessile può essere definito e riconosciuto biologico in ambito internazionale. Nello specifico, la certificazione di un prodotto tessile “pulito” si basa sulla valutazione e verifica di vari aspetti. Primo fra tutti la sua composizione. Sono previsti  due gruppi. I prodotti venduti ed etichettati come “Biologici” – con un contenuto di fibre naturali da agricoltura biologica superiore al 95%. Il rimanente 5% può essere composto da fibre naturali non certificate come biologiche diverse da quelle rientranti nel 95% e/o da fibre artificiali (sintetiche).
 Seguono poi quelli venduti ed etichettati come “fatti con x% di Fibre Biologiche” – con un contenuto di fibre naturali da agricoltura biologica superiore al 70%. Il rimanente 30% può essere composto interamente da fibre naturali non certificate, oppure da non più del 10% di fibre artificiali e dal 20% di fibre naturali non certificate.

L’organizzazione certificata deve, inoltre, garantire la sistematica applicazione di procedure operative per la corretta gestione dell’identificazione e tracciabilità lungo tutte le fasi del processo produttivo delle materie prime da agricoltura biologica, dei semi lavorati e dei prodotti finiti. Ciò significa anche che tutti i prodotti tessili biologici non devono contenere o rilasciare sostanze pericolose come i metalli pesanti o ogni altra sostanza cancerogena, mutagena o tossica per la riproduzione. Nella manifattura dei prodotti tessili biologici devono poi essere state adottate pratiche, tecniche e tecnologie che consentano una riduzione nell’uso di prodotti chimici, acqua ed energia. Tutti i prodotti chimici devono essere stati valutati in base al loro impatto ambientale e agli effetti sulla salute. 
Ci sono, infine, standard relativi al rispetto dei diritti dei lavoratori lungo tutta la filiera produttiva.

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