Nature Neuroscience attacca la ricerca biomedica italiana

Un progetto di legge miope in discussione nel Parlamento italiano potrebbe paralizzare la ricerca scientifica del Paese. Gli scienziati condividono alcune responsabilità di questa crisi.

Per gli scienziati italiani questi ultimi due anni sono stati difficili. Tutto è iniziato nel mese di luglio 2012 con l’annuncio che i finanziamenti ad alcuni istituti di ricerca nazionali sarebbero stati tagliati del 3.8% nel 2012 e di un ulteriore 10% nel 2013 e 2014. La situazione è peggiorata quando, nell’ottobre del 2012, un giudice della città di L’Aquila ha dichiarato sei geologi e un funzionario statale colpevoli di omicidio colposo, condannando ognuno di loro a 6 anni di carcere, per aver minimizzato i rischi dello sciame sismico verificatosi alcuni giorni prima del terremoto di magnitudo 6.3 che ha colpito la regione.

E ora potrebbe arrivare la sfida peggiore per la scienza italiana: nel mese di agosto il Parlamento italiano ha votato a favore di un nuovo disegno di legge che, se sarà reso esecutivo, è destinato a bloccare quasi tutta la ricerca biomedica nel Paese. Anche se questo disegno di legge non può effettivamente diventare una legge, almeno nella sua forma attuale, il fatto stesso che la questione abbia superato il primo passo legislativo indica il profondo distacco concettuale tra gli scienziati e il governo italiano; questo distacco può derivare, in parte, dalla scarsa comunicazione tra ricercatori, legislatori e la gente comune.

La storia di questa legislazione inizia con una direttiva dell’Unione Europea (Direttiva 2010/63), adottata nel settembre del 2010, che mirava a istituire degli standard minimi per l’utilizzo di animali per la ricerca scientifica e didattica. Sebbene la direttiva prevedesse che tutti gli Stati membri presentassero le loro leggi nazionali per la cura degli animali entro il primo gennaio 2013, l’Italia è uno dei sei paesi europei che non sono ancora riusciti a recepire la direttiva.

Tuttavia il disegno di legge recentemente approvato dal Parlamento italiano va ben oltre le norme descritte nella direttiva UE. Questo disegno di legge, se approvato dal Senato e se promulgato, vieterebbe l’allevamento e l’uso di cani, gatti e scimmie per esperimenti, con l’eccezione di ricerche destinate in modo evidente alla salute umana. Inoltre, la proposta di legge prevede che l’anestesia e le sostanze analgesiche debbano essere somministrate durante qualsiasi pratica che possa causare dolore nell’animale, tranne nei casi in cui l’oggetto dello studio siano l’anestesia o le sostanze analgesiche. Ma, la direttiva più preoccupante di tutte è quella che vieta l’uso di tutti gli animali per xenotrapianti e per la ricerca delle droghe d’abuso.

Non è difficile immaginare come queste restrizioni, se attuate, potrebbero avere conseguenze catastrofiche per l’intera comunità di ricerca biomedica italiana. Se i laboratori non potranno allevare animali destinati alla ricerca, gli scienziati saranno costretti ad abbandonare i progetti di ricerca in corso o ad acquistare animali di laboratorio da fornitori esteri, rendendo proibitivi i costi della maggior parte degli esperimenti.

Inoltre, oltre all’eliminazione di sistemi modello quali primati, cani e gatti, la legislazione prevede anche una disposizione poco chiara secondo la quale la generazione di animali geneticamente modificati, come i roditori, dovrà tener conto dei “potenziali rischi per la salute umana, animale benessere e l’ambiente” (articolo 13, legge 6 agosto 2013, n. 96). Si può certamente immaginare come questa clausola piuttosto ambigua possa essere interpretata nel modo più restrittivo, magari limitando persino la produzione e/o l’uso di animali transgenici in Italia.

Infine, tale normativa potrebbe porre fine alla ricerca sulle cause e sul trattamento della tossicodipendenza, nonché alla ricerca sulle potenzialità delle terapie di sostituzione della cellule staminali, costringendo i laboratori che attualmente lavorano su questi programmi di ricerca (che sono essenziali per la sanità pubblica e per il benessere) a modificare il loro focus di ricerca o a spostare i loro laboratori in un altro Paese.

Queste misure draconiane, se ratificate, comprometteranno anche la capacità dei ricercatori italiani di competere per i finanziamenti internazionali. Se costretti ad eliminare i protocolli in vivo, per gli scienziati italiani potrebbe diventare difficile – se non impossibile – vincere gli ingenti finanziamenti europei e internazionali, causando un effetto ‘domino’, per cui i budget ridotti portano a un esodo di massa dei ricercatori fuori dall’Italia – una situazione che sarà disastrosa per la scienza biomedica italiana.

Tuttavia, questa crisi può ancora essere evitata. Anche se questa normativa è stata approvata dal Parlamento italiano, deve ancora essere ratificata dal Senato: c’è ancora una possibilità per il governo di modificare queste regole prima che diventino legge. E, in questo contesto, è importante notare che la direttiva europea originaria stabilisce che se una singola nazione della UE intende applicare norme più restrittive di quelle europee, queste devono essere state attuate prima del 2010. Quindi, è possibile che il governo italiano possa essere costretto a smorzare la legislazione al fine di soddisfare i requisiti della direttiva.

Tuttavia, anche se la legislazione viene modificata prima della ratifica, è importante chiedersi come un disegno di legge talmente miope e sconsiderato possa essere stato approvato dal Parlamento italiano, in primo luogo. Tra molti scienziati italiani c’è la sensazione che la risposta a questa domanda sia la scarsa comprensione della scienza di base da parte della gente comune. E anche se una parte della responsabilità è da attribuire alla costante diminuzione della qualità dell’istruzione scientifica in Italia (una situazione non solo italiana), è importante riconoscere che anche gli stessi scienziati hanno delle responsabilità. Nonostante un numero crescente di uffici-stampa degli istituti di ricerca illustri in modo eccellente le implicazioni pratiche e semplici dei progetti di ricerca, la comunità scientifica ha tradizionalmente omesso di spiegare in modo adeguato i mezzi con cui è condotta la ricerca biomedica; questo ha causato malintesi e diffidenze nella popolazione.

Allo stesso modo, troppo pochi legislatori hanno realmente capito come funziona la ricerca di base e quella applicata e non sono riusciti a ricorrere al consiglio degli scienziati, prima di considerare una legislazione che potrebbe alterare completamente il panorama della ricerca nel loro paese. Pertanto, è essenziale che sia l’attuale governo italiano sia la classe dirigente del mondo scientifico collaborino per migliorare l’educazione e la comunicazione scientifica nel paese. In futuro, crisi di questo tipo potranno essere evitate solo attraverso una chiara comprensione da parte del pubblico del valore e dell’importanza della ricerca sugli animali.

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