Medici italiani costretti a lavorare senza sosta, Italia deferita all’Ue

La Commissione Ue ha deferito l’Italia alla Corte europea di giustizia per il mancato rispetto della normativa comunitaria sull’orario di lavoro dei medici del servizio sanitario pubblico. Al momento, i medici italiani,non hanno diritto a un limite orario settimanale e a periodi minimi di riposo giornaliero.

La direttiva, invece, sottolinea la Commissione in una nota, non consente agli Stati membri di escludere “i dirigenti o le altre persone aventi potere di decisione autonomo” dal godimento di tali diritti.Dopo aver ricevuto diverse denunce, la Commissione ha inviato nel maggio 2013 all’Italia un “parere motivato” in cui le chiedeva di adottare le misure necessarie per assicurare che la legislazione nazionale ottemperasse alla direttiva. Ma, evidentemente, questo non è bastato, e Bruxelles ha deciso di passare alla fase successiva della procedura d’infrazione, ricorrendo alla Corte di Giustizia.

La direttiva sull’orario di lavoro prevede che, per motivi di salute e sicurezza, si lavori in media un massimo di 48 ore alla settimana, compresi gli straordinari. I lavoratori hanno inoltre diritto a fruire di un minimo di 11 ore ininterrotte di riposo al giorno e di un ulteriore riposo settimanale ininterrotto di 24 ore. Vi è una certa flessibilità che consente di posporre i periodi minimi di riposo per motivi giustificati, ma soltanto a condizione che il lavoratore possa recuperare subito dopo le ore di riposo di cui non ha fruito.

I medici operanti in qualità di lavoratori subordinati ricadono nel campo di applicazione della Direttiva, nota ancora la Commissione, precisando che solo per i medici in formazione la limitazione dell’orario di lavoro è stata introdotta gradualmente, sulla base di regole speciali, nel periodo 2000-2009. Dal 1° agosto 2009, puntualizza ancora l’Esecutivo Ue, il limite di 48 ore si applica anche ai dottori in formazione, mentre i periodi minimi di riposo si applicavano anche a questi medici in tutti gli Stati membri dal primo agosto 2004. Ma l’Italia ha ignorato queste norme, o ora rischia una condanna della Corte europea di Giustizia.

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