Giornata della biodiversità, il “capitale naturale” del pianeta è in pericolo

Oggi 22 Maggio si celebra la giornata Mondiale della biodiversità:“capitale naturale” del pianeta, ci offre beni e servizi di vitale importanza come il cibo, la stoccaggio della Co2, la regolazione delle acque, la fornitura di materie prime. E’ una componente fondamentale del nostro sviluppo sostenibile, e distruggendola si altera la capacità degli ecosistemi sani di fornire i loro beni e servizi. Con un risvolto non indifferente anche sotto il profilo economico.A lanciare l’allarme è l’OCSE: i danni per la perdita della biodiversità da qui al 2050 sono stimabili in una cifra che oscilla tra i 2 e i 5 trilioni di dollari all’anno, somma superiore alla ricchezza prodotta dalla stragrande maggioranza della nazioni della terra.

Le previsioni dell’UE (riferite anch’esse al periodo 2000-2050) parlano, invece, di una perdita annuale di servizi ecosistemici di circa 50 miliardi di euro soltanto all’interno degli ecosistemi terrestri.Sulle 63.000 specie valutate nell’ultima Lista Rossa dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature), 19.817 sono considerate minacciate. Tra queste, il 41% degli anfibi, il 33% delle barriere coralline, il 25% dei mammiferi, il 13% degli uccelli e il 30% di conifere. In Europa, secondo la Red List Europea pubblicata nel 2013, la quota più elevata di specie minacciate si trova nell’area del Mediterraneo: è considerato a rischio il 21% delle 2.032 specie valutate in Spagna, il 15% delle 1.215 specie che si trovano in Portogallo e il 14% delle 1.684 specie presenti in Grecia.

L’Italia detiene il primato della biodiversità europea, con oltre 67.000 specie di piante e animali (circa il 43% di quelle presenti in Europa), ma anche da noi le popolazioni di vertebrati sono in declino (soprattutto in ambiente marino). Delle 672 specie di vertebrati valutate (576 terrestri e 96 mari¬ne) nella Lista rossa dei vertebrati italiani, pubblicata nel 2013 dal Comitato Italia¬no dell’IUCN su iniziativa del ministero dell’Ambiente e Federparchi, oltre alle 6 che risultano estinte ultimamente, tra cui la Gru cenerina che in Italia non nidifica più, 161 sono gravemente minacciate di estinzione (28%). Tra queste, lo squalo volpe, l’anguilla, la trota mediterranea, il grifone, l’aquila di Bonelli e l’orso bruno. Le specie in pericolo sono in totale 49 tra cui il delfino comune, il capodoglio, la tartaruga Caretta caretta e la gallina prataiola.

“La ricchezza del nostro patrimonio ambientale – commenta Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente – va considerata come una risorsa per proporre modelli di sviluppo nel segno della green economy. La biodiversità può e deve essere una leva su cui puntare per rilanciare l’economia del Paese”.

“Se è vero che, in questo senso, i Parchi sono stati una sfida positiva e vincente – aggiunge Antonio Nicoletti, responsabile Aree protette e biodiversità di Legambiente – ultimamente hanno perso la loro spinta propulsiva. Occorre rivitalizzare il loro ruolo, tra conservazione e servizi ecosistemici. Anche per dimostrare come le aree protette siano, non solo un tassello fondamentale per raggiungere obiettivi di sviluppo economico, ma anche per ottenere il benessere psico-fisico delle persone, combattere i cambiamenti climatici, salvaguardare la cultura e le tradizioni locali e raggiungere gli obiettivi di conservazione previsti dal Piano strategico per la biodiversità sottoscritto nel 2010 ad Aichi durante la decima conferenza delle parti dell’ONU”.

Le principali minacce sono la perdita degli habitat (che ri¬guarda circa il 20% delle specie) e l’inqui¬namento (15% circa). Per le specie marine, invece, la causa di mortalità più rilevante è la cattura nelle reti utilizzate per pescare altre specie di interesse commerciale. Anche la biodiversità vegetale è fortemente minacciata a causa di un’urbanizzazione selvag¬gia e spesso abusiva, dello sviluppo di infrastrutture, dell’allevamento intensivo e delle attività antropiche.

Particolarmente preoccupante è lo stato dei mari, soffocati dalla crescente pressione dei trasporti, della pesca, dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici e dalla pressione antropica. Tanto che in un rapporto pubblicato lo scorso febbraio, la European Environment Agency lancia un chiaro messaggio: “Il modo attuale in cui usiamo il mare rischia di degradare irreversibilmente molti di questi ecosistemi”. Come la comparsa di zone morte prive di ossigeno nel Baltico e nel Mar Nero causate dalla progressiva eutrofizzazione o la distruzione dei fondali nel Mare del Nord legata alla pesca a strascico.

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