Parto in casa, la Regione Lazio ha deciso un rimborso di 800 euro

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che “la donna deve avere la possibilità di partorire in un luogo che sente sicuro, in cui sia possibile fornire assistenza appropriata e sicurezza. Per donne con gravidanze a basso rischio, tali luoghi posso essere la casa, le case maternità, gli ospedali” (Care in Normal Birth: a Practical Guide, Report of a technical Working Group, WHO Publication no. WHO/FRH/MSM/96.24, Geneva).

Il Parlamento Europeo, con la risoluzione A2 – 38/88 (Carta Europea dei diritti della partoriente), considera tra i diritti della partoriente che sia assicurata “l’assistenza adeguata qualora venga scelto il parto a domicilio, compatibilmente con le condizioni psicofisiche della partoriente e del nascituro e con le condizioni ambientali”.

Partorire in casa non significa tornare indietro ai tempi delle nostre nonne. Allora non c’erano molte alternative e si partoriva affiancate dalle donne della famiglia, al massimo da una levatrice. L’assistenza in casa o in casa maternità oggi, è legata, invece, alla visione del parto come evento naturale, non medicalizzato. Una visione di cui le donne stanno cercando di riapproriarsi.

Ma, mentre in alcune nazioni europee questa pratica è molto diffusa, in Italia, dove il parto è molto medicalizzato e si ricorre spesso ingiustificatamente al taglio cesareo, è una possibilità poco intrapresa e poco conosciuta.

La Regione Lazio ha deciso un rimborso di 800 euro per le donne che decidono di dare alla luce il proprio bambino in casa e il National Institute for Health and Care Excellence inglese (Nice, organizzazione indipendente responsabile della produzione di linee guida nazionali sulla promozione della salute) ha emanato un documento in cui incoraggia questa pratica (o il parto in strutture con sole ostetriche) per le donne in salute che hanno avuto una gravidanza senza problemi.

Secondo il Nice, infatti, a determinate condizioni i rischi sono indipendenti dal luogo di nascita. Le linee guida, fatte proprie dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, si basano sui risultati dello studio «Birthplace», condotto su 65mila donne in Inghilterra, da cui è emerso che le gravidanze non a rischio in punti nascita gestiti da ostetriche hanno la stessa probabilità di danni al bambino o alla mamma degli ospedali, mentre in casa il rischio aumenta leggermente se si è al primo figlio (9,3 ogni 1000 nati, mentre in ospedale è di 5,3) e torna uguale agli altri per le gravidanze successive. «Le raccomandazioni del Nice vanno supportate – spiega il Royal college in un comunicato -, a patto che si prevedano delle opzioni per le emergenze e che la valutazione del rischio della gravidanza sia fatta correttamente». Attualmente in Inghilterra e Galles circa il 2% dei parti avviene in casa, percentuale lontana da quella dell’Olanda, dove si arriva al 30%.

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