AIAB, nei campi biologici più biodiversità, più rinnovabili e niente pesticidi

L’Italia si conferma tra i primi dieci Paesi al mondo per estensione di superficie impiegata a biologico (1.167.362 ettari, + 6,4% rispetto al 2011) e numero di aziende (49.709) e per la più alta incidenza di Sau biologica (superficie agricola utilizzata) su quella totale (oltre il 9%)

L’AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica), in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente che si celebra il 5 giugno in tutto il mondo, rilancia i dati di una ricerca realizzata nell’ambito dell’ultimo programma Rete Rurale Nazionale.

Complessivamente l’agricoltura biologica risulta essere maggiormente attenta alla sostenibilità ambientale rispetto a quella convenzionale, confermandosi come esempio di buone pratiche e come metodo in grado di assicurare un contributo nella riduzione della pressione sugli ecosistemi e sull’ambiente. Le aziende biologiche presentano un minor carico di bestiame a ettaro, utilizzano più diffusamente sistemi a migliore efficienza idrica (il 74% rispetto al 62% per le aziende miste e al 56% per quelle convenzionali), contribuiscono alla cura degli elementi non coltivati del paesaggio, vendono direttamente i loro prodotti, accorciando la filiera produttiva e la distanza tra il luogo di produzione e il consumatore. L’1,3% delle aziende convenzionali si dedica alla produzione di energie rinnovabili, quota che raggiunge il 3,7% per quelle biologiche e il 6% per quelle miste.

Nei campi bio la presenza di uccelli, specie predatrici, insetti e flora spontanea è del 30% superiore nelle aree messe a produzione secondo i dettami dell’agricoltura organica, che prevede la coesistenza tra zone coltivate, siepi, boschetti, rispetto ai campi convenzionali. E i singoli animali sono presenti in quota anche più elevata: 50% in più nelle aziende bio rispetto a quelle convenzionali.

La biodiversità agricola, oltre a essere un elemento di salvaguardia del nostro Made in Italy, protegge i campi dagli eccessivi sfruttamenti dovuti alle monocolture. La stessa ricerca sottolinea come nel biologico le varietà coltivate in azienda siano 2,5, mentre nel convenzionale restano sotto alle 2 colture. Più elevato è il valore, maggiore è la distanza da un modello produttivo di tipo monocolturale associato a livelli di biodiversità poco elevati. Inoltre, l’inserimento di elementi semi-naturali del paesaggio (siepi, filari, muretti a secco, ecc), che rappresenta uno dei metodi utilizzati per conservare la biodiversità, è utilizzato per il 22% nelle aziende bio e per il 17% delle aziende convenzionali.

Per quello che riguarda le emissioni atmosferiche di gas serra, una quota rilevante è legata anche ai processi di trasporto e conservazione degli alimenti. La riduzione della distanza tra il luogo di produzione e quello di consumo del cibo può giocare un ruolo fondamentale per il contenimento delle emissioni derivanti dalla produzione agricola. A livello nazionale, le aziende agricole biologiche vendono direttamente in azienda circa il 5% in più della produzione rispetto a quelle convenzionali (19% contro il 14%).

“Il biologico – dice Vincenzo Vizioli, presidente di AIAB – si conferma come esempio di buone pratiche e come metodo in grado di assicurare un notevole contributo nella riduzione della pressione sugli ecosistemi e sull’ambiente.

Siamo convinti che si tratti di uno dei principali punti di partenza per avviare la necessaria inversione di marcia che il Pianeta aspetta da tempo e che non è più rimandabile. E’ da questi dati, dunque, che si deve avviare la scelta strategica che i Piani di Sviluppo Rurale delle Regioni devono fare. Non solo per le misure ambientali ma per la maggior parte di quelle previste dal nuovo ciclo di programmazione 2014-2020”.

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